Muccino: "Spoglio la Bellucci e la faccio ballare. Poi tornerò negli Usa"

Il regista ha diretto la star in uno spot supersexy per una marca di biancheria intima

Roma - Gabriele Muccino ha 40 anni, due figli, Silvio Leonardo di 8 anni e Ilan di 4, avuti da due donne diverse, un divorzio doloroso, vari flirt attribuiti, l’eloquio incespicante che fa tenerezza. Gli manca, confessa, «il perimetro sacro della famiglia». E spiega che non voleva offendere nessuno con quelle dichiarazioni riprese dai giornali, tanto meno i registi italiani. «Una volta per tutte: non penso di rappresentare un modello. Sono stato strafortunato, il mio successo americano è frutto di un’alchimia forse irripetibile. Figurarsi se posso dare dei lagnosi o dei provinciali ai miei colleghi perché non girano con Will Smith. Trovo invece un po’ asfittiche e di cortile le polemiche sul nostro cinema. Ma quella storia “delle troupe impigrite, annoiate e disincantate” rientrava in un discorso più ampio e motivato su una certa attitudine italiana. Ripresa così dalle agenzie, è sembrata un atto di superbia».

Muccino senior sta assaporando un buon momento. La copertina di Vanity Fair, l’intervista a Le invasioni barbariche. Proprio ieri le tv hanno preso a trasmettere lo spot per Intimissimi (due versioni: 30 e 60 secondi, si vedrà anche un cortometraggio di 4 minuti) con la supersexy Monica Bellucci in tre versioni: tanguera in sottoveste attillata nera, centaura vestita di pelle con imbizzarrito décolleté, femme fatale in trench beige con reggiseno a vista.

Si chiama Heartango. Heart sta per cuore, tango per tango. S’è divertito?
«Ho sempre fatto pubblicità. Il miglior modo di investire il tempo tra un film e l’altro. Perfino Fellini, che è Fellini, certi film li ha fatti perché aveva bisogno di guadagnare. Per lo spot mi ha chiamato Monica. C’eravamo conosciuti per Ricordati di me, dove offre una delle sue prove più intense, mature. In Heartango incarna due donne, l’una impetuosa e l’altra razionale, due aspetti della femminilità che confluiscono nella stessa persona. Balla pure bene, con l’ausilio di qualche trucco. Io ho portato nel racconto una struttura circolare, vagamente alla Tarantino. In pubblicità serve il giusto distacco. Ma se il risultato è bello, che male c’è?».

Niente. E il suo nuovo film americano?
«Primo ciak il 10 marzo, titolo: Seven pounds. Ancora Will Smith, sempre per Columbia. Stavolta una storia d’amore a sfondo drammatico. C’è un uomo gravato da un micidiale senso di colpa. Causò la morte di sette persone in un incidente d’auto, non riesce a riprendersi, medita di uccidersi. L’incontro con una donna lo salva dall’insano gesto e ne segnerà il destino. Lei sarà probabilmente Rosario Dawson».

Calcolando che La ricerca della felicità ha incassato 300 milioni di dollari, si sentirà in una botte di ferro.
«Mica tanto. Tutti mi credono ricco, non è così. All’inizio la Columbia non mi voleva, è stato Will Smith a impormi. Le assicuro, presi più soldi per girare in Italia Ricordati di me. Ma certo, Hollywood è Hollywood. Nel bene e nel male. Chi ha successo è venerato, pagato, cercato, chi sbaglia viene declassato, licenziato, dimenticato. Ho riflettuto a lungo sulla mia esperienza americana. Avrei dovuto girare una commedia con Cameron Diaz e Jim Carrey, A little game without consequences. Saltò tutto a due settimane dal primo ciak. Così va l’industria del cinema americano. Non c’è tempo per i rimpianti».

Eppure si trova bene a Los Angeles...
«Guardi, gli americani sono spesso schematici, perfino pericolosi, ma anche onesti, liberal, progressisti. È una società elementare, con le regole semplici dei bambini. Vieni riconosciuto per il talento che hai. In Italia, al massimo, ti senti dire: sei bravo, ce la puoi fare. E intanto monta l’invidia. Da loro il talento è un leit-motiv, ossessivo, qualificante. O sei perdente o sei vincente, in mezzo non c’è nulla».

C’è il dollarone.
«Anche qui, bisogna intendersi. Nel girare La ricerca della felicità ho voluto che il denaro non fosse il cuore emotivo del film. Ma capisco perché parlano così tanto di soldi. Vengono da una cultura pionieristica: il denaro è la misura dell’affermazione, la dimostrazione che ce l’hanno fatta».

Lei si sente arrivato?
«Non mi illudo, a volte mi sembra un’enorme bolla. Però è un fatto che quando parlo in inglese balbetto meno, sono più tranquillo. Qui il tuo ego viene costantemente ridimensionato, non sei mai il padrone assoluto del film. Ma non ti fanno mancare niente sul set. Intanto sto scrivendo una storia italiana per Domenico Procacci. Da fare domani, dopodomani, non so. Lavorare a Hollywood è come giocare in borsa. Un mondo surreale, a tratti comico, che può distruggerti. Così so che c’è un posto, l’Italia, dove posso tornare a far cinema quando l’aria cambierà».