«La multinazionale del terrore non ha quasi più un vertice»

Marcello Foa

nostro inviato a Parigi

È un anticonformista di successo, Olivier Roy. Negli anni Ottanta nessuno pensava che il terrorismo integralista potesse diventare una minaccia per l’Occidente; lui sì. Oggi l’Occidente continua a vivere nell’angoscia di Osama, ma lui avverte: non sopravvalutiamo il pericolo. Olivier Roy, direttore di ricerca al Cnrs di Parigi e autore di numerosi saggi tra cui lo straordinario «Global Muslim» (Feltrinelli editore), spiega il suo punto di vista in questa intervista al Giornale.
Al Qaida è ancora una multinazionale del terrore?
«Direi che è diventata una piccola multinazionale, con una struttura molto leggera. Il centro, ovvero Bin Laden, ha inventato il concetto e il marchio - Al Qaida - ma ora opera in franchising. Il business è controllato da alcuni commessi viaggiatori, che coordinano, trasmettono le idee, mettono la gente in contatto, ma senza una struttura verticistica».
Che Al Qaida fosse duttile si sapeva, ma perchè oggi dovrebbe essere meno pericolosa che in passato?
«Perchè è cambiata la qualità degli agenti viaggiatori. Prima era tutta gente, originaria da diversi Paesi del Medio Oriente, che aveva combattuto con Osama in Afghanistan negli anni Ottanta, ma questi attivisti sono invecchiati o sono stati uccisi o sono costretti a nascondersi. Sono stati sostituiti da volontari più giovani, formatisi negli anni Novanta, che però hanno caratteristiche diverse: si tratta o di giovani musulmani nati o cresciuti in Occidente o di convertiti. Vanno in Afghanistan per qualche mese, ma poi tornano in Europa. Hanno relazioni dirette con il centro e legami personali con i combattenti storici, ma non con Bin Laden in persona. Ma dopo l’11 settembre la situazione cambia».
In che senso?
«Con la sconfitta in Afghanistan, la struttura di Al Qaida si sfalda. Il numero degli intermediari diminusce e i pochi operativi hanno difficoltà a comunicare con il centro, perchè Osama e Zawahiri sono costretti a nascondersi. Oggi Bin Laden ha un problema di rinnovamento dei quadri».
Eppure continua a colpire, come a Londra...
«Sì, però io non credo molto all’ipotesi delle cellule dormienti. A compiere attentati da noi sono giovani islamici che vedono nel terrorismo fondamentalista una risposta a un problema che paradossalmente nasce in Occidente».
Perchè un giovane che vive in Occidente decide di morire da kamikaze?
«La povertà non è determinante. Tutti i terroristi finora avevano un tratto comune: sono diventati neofondamentalisti in Europa, non nei loro Paesi d'origine. Scelgono la religione, in questo caso l’Islam, perchè sul mercato sono rimaste poche utopie. Non si sentono veri occidentali nè veri arabi (o pakistani); non hanno rapporti con la propria comunità etnica, non sono iscritti a movimenti politici o religiosi, né ad associazioni. Reagiscono a questa profonda crisi di identità, che si manifesta repentinamente, creandosene una nuova, virtuale. Gente che non si era mai interessata all’Islam improvvisamente sente il fascino del neofondamentalismo. Quei giovani non cercano il potere, nè il denaro, non hanno fiducia nel futuro. Vivono immersi in una prospettiva impossibile, quella di un Islam utopico. E allora l'attentato suicida diventa una soluzione plausibile. Meglio distruggersi, meglio uscire di scena da protagonisti, come in uno show televisivo o in un videogioco».
Come viene impartito l’ordine di attacco?
«Non penso che sia stato Bin Laden a dire dovete colpire Londra il tal giorno alla tal ora. La cellula colpisce quando è pronta, quando ritiene che sia il momento più adatto. Quando un giovane si radicalizza non ha la pazienza di aspettare mesi o anni in attesa di un segnale; passa all'azione, subito».
Sono cellule molto sofisticate?
«No, gli attentati sono stati compiuti da dilettanti, che hanno lasciato molte tracce. Ma la loro forza è che si tratta di gruppi autonomi e chiusi, composti da persone che si conoscono molto bene. Non hanno bisogno di codici o segni di riconoscimento. Possono incontrarsi ovunque. Spesso nemmeno i familiari sospettano di loro. La madre di uno dei kamikaze di Londra aveva telefonato alla polizia temendo che il proprio figlio fosse tra le vittime, non immaginava che potesse essere uno degli attentatori».
È possibile un altro attentato in Europa?
«Non impediremo mai a tre giovani di confezionare la bomba in casa e metterla in un metrò. Ritengo che i giovani che hanno già scelto la via della Jihad siano persi: non torneranno indietro. Ed è indubbio che l’autonomia delle cellule complichi l’opera di prevenzione delle polizie. Ma l’operatività complessiva di Al Qaida negli ultimi tempi è diminuita».
marcello.foa@ilgiornale.it