Murray, il beota non sempre è rimbecillito

L’Atene progressista e modaiola contro la Beozia rurale e tradizionalista secondo il grande autore

Occhio all’ortografia: bush è Beota. Attenzione, perché la prima b, minuscola, non è l’iniziale di presidenziale cognome ma del nome comune (propriamente intraducibile) della campagna australiana, estesa di spazi e estranea alle città. L’altra B si scrive correttamente in grande, a rilevare l’aggettivo non sminuente né spregiativo ma geografico, che rinvia alla greca regione della Beozia e ne proviene. Di là, dalla terra paludosa a Nord-Ovest dell’Attica, Les Murray che, beota come l’aggettivo proviene però dall’Australia, inviò le sue lettere. E rinvia oggi, con le Lettere dalla Beozia, imbustate con cura da Massimiliano Morini per Giano Editore, quel dirompente messaggio - «bush è Beota» - che, annotato in un giorno di oltre 25 anni fa, mentr’era Seduto a pensare alla Beozia di Porter, si può perfino leggere come un insulto al presidente degli Stati Uniti.
Sia chiaro, di George W o del suo papà, nel ’78 cui data lo scritto uscito (nota bene) tra gli Australian Poems in Perspective, non si poteva parlare. Tuttavia il più scandaloso degli Scritti sull’Australia e la Poesia (tale il “bifronte” sottotitolo) dell’australiano poeta inquadra oggi meglio che mai in nitida prospettiva mondiale la mappa della sua terra e della sua letteratura. Situa l’una e l’altra, terra e letteratura, Australia e poesia, nel quadro nitidamente ideologico della geopolitica attuale e in quello chiaramente orientato della storia occidentale.
D’arte si parla, del singolo poema di un conterraneo e contemporaneo. Si schiude però lo scenario di un conflitto planetario e plurisecolare. Non paia riduttivo o anacronistico se la linea del fronte corre tra l’Atene e la regione della Tebe di due millenni e mezzo fa: le due polis, a tanta distanza e nello sguardo lungo di un Murray deciso a «espandere retroterra e implicazioni culturali», sono capitali «di due modelli contrastanti di civiltà». L’Atene schiavista, progressista e modaiola contro la Beozia rustica, tradizionalista e campagnola. La città democratica (ma «la vantata democrazia ateniese riguardava una minoranza di elettori, che vivevano alle spalle di una popolazione di schiavi») e la regione incline al «vizio atavico dell’aristocrazia» che preferiva «il daimon al demos». Il demone è quello della poesia: arte squisitamente beotica estranea al centro attico di teatro, politica e filosofia. Murray legge i versi di Peter Porter, australiano esiliato nell’Inghilterra del secolo XX, e pensa ai versi che Esiodo compose nella Beozia nell’VIII a.C. Nei primi risente l’eco della Teogonia, de Le opere e i giorni, prolungata attraverso Teocrito, Virgilio, il Medioevo vernacolare, fino «ad altri cento poeti dei giorni nostri». Risonanza non evanescente, irreale o innocua. Amplificata ad abbracciare tutta la storia, estesa di là da una remota provincia del mondo (che siano le campagne dell’altro emisfero o le pendici precristiane dell’Elicona), non confinabile «alla dimensione artistica (come se fosse possibile!)», suona anzi come un grido di guerra.
Contro Atene. Contro «l’alleata e precettrice di Roma, ovvero del potere imperialista». Contro tutte «le rinascite romano-ateniesi» fautrici di una «centralizzazione del potere»: le corti reali del Cinquecento, le città romantiche dell’Ottocento, le metropoli e megalopoli della tarda modernità. Il bush è il contrario di tutto questo. «In senso lato è la parola più comune per tutti i posti non urbani o suburbani» e vale perciò un concetto: la quintessenza della «beoticità dell’Australia», l’espressione più fiera della sua provincialità. Usato come aggettivo (e con disprezzo) acquista però tutt’altra serie di connotazioni: «rurale, improvvisato, primitivo, inetto, rimbecillito dall'endogamia». Prende, insomma, il significato più triviale “beota”. Ma questi, avverte Les, sono tutti modi impropri, scorretti, «metropolitani di usare la parola: urbani come il gelato e le escursioni». Per lui, oriundo della Beozia australiana più profonda, Bush non potrà mai essere beota. Con buona pace dei filo (o degli anti?)americani.