Musil e gli altri: i classici del ’900 spiegati dal prof. Coetzee

Più che un libro è un’epifania: la raccolta di saggi letterari di John Maxwell Coetzee, scritti tra il 2000 e il 2005 per la New York Book Review e appena pubblicati in volume, è un qualcosa capace di andare oltre la semplice lettura (Lavori di scavo. Saggi sulla letteratura, Einaudi, pagg. 310, euro 26): è il testo in cui il Premio Nobel per la Letteratura nel 2003 si confronta con i classici del Novecento.
Da Svevo a Musil, da Beckett a Philip Roth, da Grass a Robert Walser, lo scrittore sudafricano sottolinea le tematiche che da sempre ritroviamo anche nei suoi romanzi: il rapporto tra l’artista e il suo tempo, la responsabilità «etica» di chi prende la parola attraverso un libro, la sensazione di sentirsi sempre «straniati» in un mondo che ci fa sentire in perenne esilio.
Basta leggere i romanzi Vergogna o L’età del ferro, due dei suoi massimi capolavori, per comprendere come Coetzee abbia sempre voluto comunicarci che «la vita è inconsolabile e priva di dignità, di promesse o di grazia» e che «il nostro unico dovere - inesplicabile e inutile, e nondimeno un dovere - è quello di non mentire a noi stessi».
Questi Lavori di scavo più che delle «lezioni magistrali» sono un invito a riscoprire come i classici del Novecento abbiano saputo anticipare il nostro contemporaneo. In tempi in cui un Salinger o un Pynchon sono letti dietro l’apparente valore aggiunto del proprio estraniarsi al mondo, Coetzee ci ricorda Robert Walser quando scrive: «Come sono felice di non poter vedere in me nulla che sia degno di attenzione, di contemplazione». Mentre la politica moderna si insegue a colpi di teatrino, Coetzee cita Walter Benjamin quando intuì, con decenni di anticipo, una politica che avrebbe fatto del teatro «non una forma di comunicazione ma la propria unica e vera essenza».
Coetzee rievoca il poeta inglese Wordsworth che, cinquant’anni prima di Baudelaire, esprimeva il proprio terrore nel camminare tra «le strade affollate di Londra bombardate dai messaggi pubblicitari». Ritorna a Benjamin per trovare la metafora del nostro vivere contemporaneo: «Siamo come i protagonisti di una favola giunta al termine, ai quali tocca andare a vivere nel mondo reale. Siamo caratterizzati da una costante, lacerante, disumana, superficialità: come se, salvati dalla follia (o da un incantesimo), fossimo costretti a camminare in punta di piedi nel timore di ricaderci dentro».
I nostri «tempi maledetti» per Coetzee trovano il miglior esempio quando Musil scrive che «la nostra libertà è la stessa libertà con la quale la matematica si serve a volte dell’assurdo per giungere alla verità».
Una delle «contraddizioni insopportabili della vita moderna», per Coetzee, è che «ci è stato inculcato che non c’è limite a quello che possiamo ottenere, col risultato che tutti ci prefiggiamo di raggiungere una grandezza individuale che inevitabilmente non troviamo». E cita Saul Bellow: «Non tra i giganti ma il gigante della letteratura americana della seconda metà del XX secolo», quando ne L’uomo in bilico scrive: «Odiamo smoderatamente, e smoderatamente puniamo noi stessi e ci puniamo l’un l’altro. Il timore di restare indietro ci perseguita e ci fa impazzire... Crea dentro di noi un clima di buio. E occasionalmente c’è un temporale e piovono, fuori di noi, odio e ferite».
E citando Elias Canetti non mancano le accuse alla moderna critica letteraria: «Mi chiedo se tra coloro che hanno costruito la propria carriera accademica comoda, sicura, e perfettamente regolare sulla vita di scrittori che hanno vissuto nella disperazione, ce ne sia almeno qualcuno che si vergogna di sé».