Mussolini e il Re: vent’anni di "cordiale" odio reciproco

Nel saggio di Paolo Colombo il primo studio sistematico sulla diarchia. Il fascismo non era monarchico. E la monarchia non era fascista. Il Duce nel lungo periodo pensava di sbarazzarsi della corte sabauda

Che Mussolini, all’indomani della conquista dell’Etiopia e della proclamazione dell'impero, avesse cominciato a pensare a liquidare la monarchia e a liberarsi di Vittorio Emanuele III sembra assodato. Ne parlarono, nel secondo dopoguerra, sia Dino Grandi sia Luigi Federzoni in memoriali e interviste. D’altro canto, i rapporti tra il Duce e il Re non erano stati mai tranquilli. In una pagina del suo diario di Lisbona, ancora inedito, Grandi, il 15 novembre 1944, annotò che «per venti anni il Re e Mussolini si sono guardati l’un l’altro come due schermidori sulla pedana, col ferro in linea». E lo stesso può dirsi dei rapporti fra monarchia e fascismo che furono meno idillici di quel che si possa pensare. La «diarchia» - così venne definita anche da parte della letteratura giuridica del tempo la coabitazione del Re e del duce durante il ventennio fascista - fece registrare momenti di frizione spesso molto forti soprattutto durante gli anni Trenta.

Un primo importante tentativo di affrontare il tema da un punto di vista giuridico-istituzionale oltre che storico, è ora offerto da Paolo Colombo con il saggio La monarchia fascista (pp. 264, euro 25) pubblicato da Il Mulino che prende in esame soltanto il periodo 1922-1940 e non giunge, stranamente, fino agli avvenimenti del 25 luglio 1943. Una data, quest’ultima, che segna non soltanto la fine del regime fascista, ma che, per il ruolo svolto dalla Corona nell’organizzazione di una delle congiure, assume un valore emblematico per la storia della «diarchia». La scelta cronologica operata dallo studioso ha una sua giustificazione nel fatto che, a partire dal maggio 1940, cioè dal momento dell’entrata in guerra dell’Italia, il normale funzionamento dell’assetto diarchico sarebbe stato alterato dalla logica dello stato d’eccezione bellico. Si tratta di una scelta metodologica che presuppone l’idea di una continuità politica e istituzionale che dimostrerebbe di fatto la connivenza della Corona nella instaurazione e nella stabilizzazione del regime fascista e ridimensionerebbe la portata dei contrasti fra Mussolini e Vittorio Emanuele III, fra Monarchia e fascismo.

In realtà, la conquista del potere da parte del fascismo avvenne sulla base di un vero e proprio «compromesso» tra un movimento rivoluzionario e «tendenzialmente repubblicano» e una classe politica liberale e monarchica. Proprio perché costruita sulla base di un «compromesso» iniziale, la «diarchia» risultò imperfetta. Le dichiarazioni di lealismo monarchico di Mussolini alla vigilia della formazione del governo erano state dettate da un malcelato spirito opportunistico, ma gran parte del movimento fascista era rimasto repubblicano. Non è un caso che, in sedi private e con una certa frequenza, Mussolini si sia lasciato andare a giudizi molto duri e a sfoghi rabbiosi contro la Corona che non lasciano dubbi sulla sua intenzione, in una prospettiva temporale media o lunga, di liquidare l’istituto monarchico. Sull’altro versante non è affatto priva di significato l’irriducibile opposizione del Re, in prima persona, ai ripetuti tentativi di inserire il simbolo del fascio littorio nel tricolore o, comunque, di alterare riti e cerimoniali propri della tradizione monarchica.

Un momento di frizione, testimoniato dallo stesso Mussolini, si ebbe nel 1928 quando venne varata la legge che trasformava il Gran Consiglio del fascismo, in origine strumento di consulenza del Pnf, in vero e proprio organo costituzionale con compiti che sfioravano campi di competenza della Corona. Si trattava di un provvedimento che comportava un tacito abbandono del modello della monarchia parlamentare di derivazione risorgimentale a favore di un altro modello che, già privato dei partiti politici, confondeva i poteri pubblici e ruotava attorno a un governo sempre meno dipendente dalla Corona.

Un’altra occasione di scontro, ancor più duro, si ebbe nel 1938 con l’istituzione del grado di primo maresciallo dell’impero, conferito sia al duce sia al Re. Di fronte a questa equiparazione fra i due protagonisti della «diarchia», Vittorio Emanuele si ribellò minacciando di negare la firma al provvedimento e addirittura di abdicare e si piegò soltanto dopo che il presidente del Consiglio di Stato, il giurista Santi Romano, ebbe dato un parere positivo sulla legittimità dell’operazione. In questo provvedimento qualche studioso ha visto la conferma della «diarchia». In realtà, come ha dimostrato Renzo De Felice, quella vicenda mostra come Mussolini stesse gettando le basi per la liquidazione della monarchia.

Basterebbero questi due episodi - ma tanti altri se ne potrebbero ricordare - a dimostrare come la «diarchia» non abbia avuto una storia tranquilla. E come la «monarchia fascista» non fosse stata affatto fascista. Come avrebbero dimostrato le iniziative assunte dal Re, dalla Corte, da alcuni esponenti della diplomazia, dai militari per realizzare un colpo di Stato che liberasse l’Italia dal fascismo e che fu anticipato dall’analoga in iniziativa messa in piedi da Grandi.