Muti e Depardieu trionfano con Berlioz

«Un toro è un toro», diceva Picasso per spiegare che la sua pittura non è altro che la sua pittura. In Italia, quando sono di mezzo arte e cultura, questo tipo di principio è sempre un po’ difficile da ricordare. Per esempio, la musica, nelle opinioni e nelle discussioni, viene costantemente messa nel calderone della cultura come se ne fosse una branca; e persino se si discute della sua sussistenza, sembra quasi che sia giustificata dal far parte d’un processo d’educazione intellettuale e morale in cui sia quasi un optional. O si discute su come farla raggiungere in un processo educativo ed iniziatico, o per altri su come trovar espedienti moderni per farla accettare.
Altrove, è assai più chiaro come in se stessa abbia le sue risorse e le sue strade, e come ad un evento d’alta qualità corrisponda una risposta straordinaria, interclassista ed intergenerazionale. Riflettevo su tutto questo grande pasticcio, leggendo i resoconti del concerto agli Champs-Elysées di Parigi, dove Riccardo Muti ha diretto la Sinfonia Fantastica di Berlioz seguita, come l’autore voleva, dal Lélio, melologo interpretato da Gerard Depardieu. Come sapete, Muti, che è tra i pochi musicisti italiani di statura internazionale, viene costantemente strattonato a dar pareri sulla situazione italiana dell’educazione e della diffusione musicale. E proprio ultimamente, nelle polemiche sulle sovvenzioni ai teatri d’opera, ha rilasciato riflessioni in cui molti commentatori hanno veduto ragioni piuttosto diverse. Le linee della musica, quando s’intrecciano con quelle dell’organizzazione e del denaro, possono essere intricate; non è facile avere tutte le informazioni e tutta la competenza per giudicare e prevedere.
Ma quando la musica esplode in tutta la sua luminosa ricchezza, e per di più si unisce alla parola, risulta, io credo, un bene così grande e primordiale, che va oltre ad ogni condizionamento. Ma pensate: Berlioz è un autore di sottili percorsi intellettuali, ed a studiarlo ci si perde. La sua Sinfonia Fantastica è una visione di sogni perduti in continua dissolvenza. Il Lélio è un monologo intrecciato alla musica di disperazioni, slanci e fallimenti d’un artista, che finisce chiedendo d’esser lasciato solo. Chiede all’attore, proprio per la sua sincerità ottocentesca, d'essere anche enfatico ed esagerato. Come vi abbiamo raccontato da Ravenna in Festival, Muti e Depardieu riescono ad accendere con tale essenzialità, suoni e parole da farli scendere in noi con la più intensa credibilità.
A Parigi è accaduto lo stesso che a Ravenna: le critiche e le cronache hanno sottolineato come se ne esca pensosi e turbati. Rispettato le indicazioni della partitura, l'orchestra al melologo è scomparsa dietro un velario trasparente per riapparire alla fine; Le Monde s’è soffermato anche sull’immagine fisica dei protagonisti: come appariva smilzo Muti di fronte alla mole attuale di Depardieu, come due mondi così diversi convergessero, partendo anche da formazioni professionali così diverse, in un messaggio artistico d'altri tempi e di forza perenne.
Il segno della musica è assoluto. Il concerto, come l’opera, stanno alla civiltà non come una fetta al tutto ma come il respiro sta alla vita; se ci sono altri mali da curare, la medicina non può chiedere al malato di restare nel frattempo in apnea. Chi ascolta un concerto come quello sa che fare bene musica incide sulle altre arti, sulle motivazioni dell'educazione al bello, sull’iniziazione alla scoperta di se stessi e della propria creatività. Cose notissime. Ma che, a furia di darle per scontate, vengono messe nello scaffale della memoria e non tirate più fuori, neanche al momento opportuno.