Muti infiamma Ravenna con l’Hindemith erotico

Grandi applausi per l’opera «Sancta Susanna»

Alberto Cantù

da Ravenna

Al Ravenna Festival l’opera Sancta Susanna di Paul Hindemith s’è guadagnata in un PaladeAndré gremito gli applausi a pioggia che vanno in genere alle opere di repertorio, quasi il pubblico avesse ascoltato - l’opera era proposta in forma di concerto, con utili sopratitoli - una Traviata o una Bohème. L’atto unico che Hindemith ricavò da uno dei sovraccarichi «drammi urlanti» dell’espressionista August Stramm è invece un’opera che non si dà mai. Un po’ perché troppo breve - 25 minuti - per fare «serata» senza aggiungervi dell’altro. Un po’ perché, nonostante sia il primo capolavoro del giovane Hindemith e risulti pièce del tutto riuscita sul piano musicale e drammaturgico, l’autore a un certo punto la ripudiò.
E poi il soggetto, che nel 1921 era sembrato scandaloso. Nel chiostro di un convento, di notte, mentre una giovane coppia d’amanti fa l’amore, gemendo di piacere nel giardino, una suora in odore di santità - Susanna appunto - scopre una sensualità repressa dove il misticismo si muta in eros. Tanto che si toglie il velo, le bende e il soggiolo, leva il drappo al crocifisso e lo abbraccia nuda, proprio come un’altra suora aveva fatto tanti anni prima. Al pari di lei, subirà la condanna - la chiede, anzi la impone - di essere murata viva.
Riccardo Muti aveva pensato a Sancta Susanna, più un nuovo lavoro di Azio Corghi, prima che il terremento scaligero privasse il Piermarini - non era mai successo - di un direttore musicale (le opere andranno in scena la prossima stagione). A Ravenna, con i cantanti a suo tempo scritturati, c’era, nuova «orchestra residente» del Festival, la «Cherubini». E il complesso giovanile, che di giorno in giorno ascolti crescere tra un concerto e una prova, tra una sinfonia e un lavoro teatrale, si è studiato a dovere una partitura difficile.
Il tema del flauto-canto dell’usignolo è la melodia lirica che si snoda come un serpente del male. Su di essa Hindemith costruisce l’intera partitura con memorabili variazioni: ad esempio quando, nel darla al clarinetto, ne fa il ghigno agghiacciante di un enorme ragno che afferra Susanna.
Muti e una «Cherubini» sensibilissima puntano, piuttosto che sulla furibondità di blocchi dissonanti, su un clima torbido, raffinatamente torbido da come si snoda, estenuato, il canto del flauto. Tale nei fremiti inquietanti degli archi-rufoli o folate di vento, nelle lontananze misteriose del corno, nel profumo inebriante dei fiori dal giardino, nell’inquietudine che monta durante il racconto di suor Clementia: colei che rappresenta l’ortodossia - «castità, povertà, obbedienza» - e la critica sociale - Susanna diventa creatura di Satana - assieme alla Vecchia Suora e al coretto salmodiante di consorelle che fanno scoccare la condanna a morte.
Tatiana Serjan, già Lady Macbeth, già Norma, è una Susanna ideale nei trapassi dalla tinta sublimata dell’inizio, alla bruciante sensualità («Suor Clementia, io sono bella»), all’isteria che culmina nella furibondità di un «do» superno e interminabile. Ben scolpita è la Clementia di Brigitte Pinter e di impeccabile vocalità la Vecchia suora di Mette Ejsing.
Dai turbamenti al lirismo puro, completava la serata un Concerto per violino di Beethoven dove direttore, orchestra e solista - Vadim Repin - erano tutt’uno nel bel suono, nel fluire naturale del racconto, nel canto terso, in un respiro lirico e in «pianissimo» premiati da caldi applausi con un bis.