Naama e gli altri bambini che imbarazzano il potereda Israele all'Afghanistan

La scolaretta aggredita dagli ortodossi ha commosso Netanyahu e a Kabul la sposa di 15 anni ha costretto Karzai ad aprire un’inchiesta. In Inghilterra Cameron si mobilita per l'invalida Celyn, che poi, per i tagli del governo, non riesce ad aiutare

Il re è nudo. Quando vuoi svelare l’imbarazzo del potere, la sua violenza, quella maschera gretta e meschina fatta di miseria, intolleranza, religione, patriarcato, menzogna, torna a guardare le storie dei bambini. Anche se fanno male, anche se in questo 2012 di crisi e profezie sembrano il segno di un mondo lontano. I bambini come vittime dell’assurdità degli uomini e delle loro tradizioni, di leggi assassine e di moralismi idioti. I bambini come cartina di tornasole dei costumi di una comunità. I bambini contro cui sfogare odio e pregiudizi. I bambini che ancora fanno scandalo, che guardano l’obbiettivo dei fotografi con gli occhi ancora lucidi di chi ha pianto. Eppure, quando la loro foto arriva sui giornali, vuol dire che ce l’hanno fatta. Che il peggio è passato.

A otto anni Naama Margolese è diventata un simbolo contro la segregazione delle donne in Israele. Suo malgrado. Entrata nel mirino degli ultraortodossi per una maglietta con le maniche troppo corte e una gonna colorata che non copriva a sufficienza le ginocchia, è stata aggredita per strada dagli estremisti religiosi. Punita con sputi, spintoni e qualche sassata lungo il tragitto di trecento metri tra casa e scuola. Agli occhi degli integralisti, errore imperdonabile quello di Naama, «provocante e scostumata. Immodesta».

La sua storia è iniziata a circolare quando si è rifiutata di tornare a scuola. Gli si appannano ancora gli occhiali e le lacrime le scendono sulle guanciotte quando racconta ai giornalisti quello che ha passato. Nemmeno le critiche di Hillary Clinton, avevano scatenato un tale putiferio: «Sembra di essere a Teheran», aveva detto, ma le sue parole infuocate non avevano fatto centro come le lacrime di Naama. Lei ha smosso le coscienze, ha commosso tutti, ha costretto Netanyahu a dire: «Israele è uno Stato democratico, occidentale, liberale. Non c’è spazio per persecuzioni o discriminazioni». La risposta degli ultra ortodossi non si è fatta attendere.

Migliaia hanno sfilato, vestiti con le uniformi a strisce dei campi di sterminio nazisti, hanno cucito sulle giacche dei bambini le stelle gialle. Ha fatto il giro del mondo l’immagine di un bambino con le mani alzate in segno di resa, che ricorda tanto la foto del bambino terrorizzato nel ghetto di Varsavia occupato dai nazisti. La battaglia è aperta, il coperchio si è alzato e d’ora in poi nulla sarà più come prima.

Le immagini di Sahar Gul, sposa bambina afghana di quindici anni picchiata e torturata dal marito e dalla suocera, sono riuscite quasi miracolosamente a rimbalzare fin sulle pagine dei giornali occidentali. L’opinione pubblica internazionale si è mobilitata per la piccola. Indignazione, ira, sdegno sono rimbalzate come un boomerang nel villaggio nella provincia di Beghlan, nel nord del Paese, fino a costringere Karzai a ordinare un’inchiesta. Suocera e cognata della piccola sono già state arrestate, lei è stata trasferita in India per ricevere le cure necessarie, mai un caso simile era stato preso tanto a cuore dal presidente afghano, lì dove il caso di Sahar non è isolato. Qui una su tre subisce violenze fisiche e psicologiche. Secondo le Nazioni Unite il 25 per cento delle donne sono state vittime di violenza sessuale. A novembre, nella provincia di Kunduz, tre bambine tra i 12 e i 15 anni sono state bruciate dall’acido da uno sconosciuto. La loro famiglia si era appena rifiutata di dare in sposa la figlia maggiore ad un signore della guerra locale. Poi è arrivata Sahar a imbarazzare il potere. Il 2 gennaio Karzai ha rotto il silenzio. Impossibile continuare a far finta anche davanti alla terribile, atroce storia di Sahar. Ha promesso un Paese migliore, più giusto. Forse non basterà, ma sicuramente è un piccolo, minuscolo passo in avanti per cambiare lo stato ingiusto di un Paese tribale.

In Inghilterra, quando il potere è andato a bussare alla porta di Riven Vincent, ha pensato per la prima volta di potercela fare. La storia di sua figlia Celyn, tetraplegica, aveva colpito David Cameron, lui che ha perso un figlio di sei anni con la stessa malattia. In campagna elettorale aveva giurato alla madre che avrebbe tutelato le famiglie come la sua. Anche gli elettori ci avevano creduto. Poi sono arrivati i tagli alle amministrazioni e alla sanità. Celyn si è ritrovata sola.
Forse il declino di Cameron è iniziato già quel giorno.