Napoleone, il grande razziatore di ori e opere d’arte

Caro Granzotto, d'accordo che la Gioconda non fu requisita ma regolarmente acquistata da Francesco I, ma nel quadro del «volemose bene» europeistico non è venuto il momento di pretendere la restituzione delle opere d'arte che ci furono sottratte da Napoleone? A questo proposito, come mai sull'argomento dei furti del patrimonio artistico, dai Cavalli di San Marco al manoscritto dell'Eneide e delle Bucoliche di Virgilio, è stato scritto dagli storici così poco, al massimo un accenno o una nota a pie’ di pagina?


Da un mille anni a questa parte noi siamo sempre stati per il quieto vivere, gentile lettrice. E poi il ferro andava battuto quand'era caldo (nel ’18, alla caduta di Napoleone). Tanto è vero che chi lo battè, come ad esempio la Toscana di Ferdinando III, sangue austriaco, o Antonio Canova per conto del Papa, molto riuscì a recuperare. Certo, saremmo ancora in tempo per regolare i conti, tuttavia per farlo bonariamente bisogna essere in due e Parigi non ci sta. Mostrare i muscoli (di Rutelli)? Nell'era del dialogo? Neanche a pensarci. Anche perché bisognerebbe tirare in ballo le malefatte del Bonaparte che da noi seguita a godere d'ottima stampa. Praticamente un santo che varcò le Alpi non per occuparci e imporre il dominio suo e dei suoi cari, ma per liberarci, per esaudire i nostri sogni. E così, come per le insorgenze, i libri di storia non hanno mai affrontato, se non di straforo, l'immane sacco cui Bonaparte sottopose il nostro Paese, al quale non lasciò nemmeno gli occhi per piangere. Solo recentemente un manipolo di studiosi è riuscito ad infrangere il muro di omertà eretto a protezione dello stereotipo di Napoleone portatore di pace, libertà, giustizia, fratellanza e tutte quelle balle là, mi riferisco agli Agnoli, ai Viglione, agli scrupolosi, ferratissimi revisionisti. E qualcosa si muove anche in ambito universitario. Una giovane ricercatrice, Chiara Pasquinelli, ha appena dato alle stampe il suo «Furti d'arte in Toscana durante gli anni del dominio francese» (Debatte editore, Livorno), lavoro che, pur occupandosi principalmente del saccheggio del patrimonio artistico Granducale, non dimentica di fornire un quadro d'insieme dell'opera di rapina napoleonica.
Rapina non solo d'opere d'arte, ma anche di preziosi, oro, argenteria (se non fosse stato per l'intervento del Commissario politico Charles Rehinard, un lavoro del Cellini stava per essere fuso, insieme a cucchiai e forchette, per farne monete) e quanto potesse tornar utile a far cassa per mantenere l'Armée. Negli anni che vanno dal 1796 al 1814 una Commissione di esperti, della quale faceva parte quell'Andrea Appiani che darà vita alla Pinacoteca di Brera, passò al setaccio musei, raccolte pubbliche e private, edifici sacri, ville e palazzi arraffando quanto più poteva e spedendo il tutto a Parigi. Il più attivo trafugatore fu però Dominique Vivant-Denon. Aveva occhio infallibile, competenza e gusto da vendere. Come ricorda Chiara Pasquinelli, Vivant-Denon fece man bassa anche di opere di autori trecenteschi - fra i quali Giotto, Cimabue, Taddeo di Bartolo e Benozzo Gozzoli - che all'epoca erano da noi italiani assai poco quotati e che egli lanciò, se così si può dire, in campo internazionale. L'elenco delle opere trafugate è lungo come la quaresima. Dai marmi greci e romani alle tele di maestri del Rinascimento, dai manoscritti ai codici miniati, dagli arazzi alla oreficeria d'arte nulla venne risparmiato. Come opportunamente chiarisce Pasquinelli, per dare carattere legale allo jus predae, Napoleone introdusse nei trattati di pace la clausola che prevedeva, a titolo di riparazione, oltre a ingenti somme di danaro, anche la cessione di un buon numero di opere d'arte. Un po’ per questa truffaldina trovata, molto perché larghissima parte del patrimonio artistico depredato non era catalogata, dopo Waterloo i legittimi proprietari trovarono ostacoli insuperabili per tornarne in possesso. Talché molte opere rimasero in Francia e tuttora vi fanno bella mostra al Louvre o in altri musei provinciali ove Dominique Vivant-Denon le distribuì. E lì, gentile lettrice, resteranno ad occhio e croce in secula seculorum.
Paolo Granzotto