Napoli, finalmente un «omicidio» a fin di bene

Di Napoli quanti scrittori, poeti, filosofi, saggisti ci hanno dato ritratti memorabili? Da Cuoco, che ci ha lasciato la storia amara e dolorosa del fallimento della rivoluzione del 1799, ai più recenti: Croce (che la definì «paradiso abitato da diavoli»); Malaparte (parla di «una Pompei mai sepolta»); Luigi Compagnone (Mater Camorra, uno dei suoi libri più significativi); Domenico Rea (Diario napoletano, Ninfa plebea); Raffaele La Capria (L’occhio di Napoli); Michele Prisco (Gli eredi del vento). Trascurando di citare drammaturghi come De Filippo e Viviani, scrittori come la Serao, Scarfoglio, Bovio.
Non sono meridionale ma vecchio meridionalista; alla letteratura e alla saggistica su Napoli e il mondo del Sud ho dedicato, oltre che tante letture, qualche libro. Ebbene, mi sento di dire che finalmente m’è capitato di leggere un libro, Ammazziamo Pulcinella, che dà di Napoli un ritratto davvero straordinario, così diverso dal solito cliché. Ne è autore Ottorino Gurgo, che per anni è stato notista politico de il Giornale da Roma, voluto da Montanelli. Questo libro rivela uno scrittore solido. In Ammazziamo Pulcinella, oltre che un racconto vigoroso e bellissimo, c’è la storia della napoletanità, una analisi profonda, davvero nuova e coraggiosa, del mondo partenopeo. L’autore, all’inizio del racconto, parla di un suo divertissement grottesco e paradossale, ma in realtà questo libro è qualcosa di più: è uno scavo dentro la storia dei mali di Napoli, quasi una anatomia sociologica, una diagnosi intelligente che rivela un retroterra culturale che non è del semplice giornalista.
In rapida sintesi ecco il racconto: narra la vicenda di un Pulcinella immaginario che appare, vivo e intriso di una straripante volgarità, nella Napoli moderna, diventandone il simbolo, con l’ostentazione di una Weltanschauung insolente, accettato e adulato da autorità e popolo come «gloria ed eroe» della città. Gurgo, in una immaginaria intervista giornalistica di tre o quattro pagine, riesce a dare la visione filosofica e persino politica del personaggio, che incarna la napoletanità: «Questa è la mia città - dice Pulcinella - e non la voglio cambiare. Noi non siamo la Svizzera, l’ordine non fa per noi. Perché mi piaceva Maradona? Ma perché Maradona, anche se non era napoletano, viveva secondo il nostro costume». Ne viene, appunto, quella napoletanità esaltata da una famosa canzone: «Comm’è doce, comm’è bella/ ’a città ’e Pullecenella», ch’è per Napoli la condanna a un destino disperante e umiliante. Come liberarsi da simile feticcio? Non c’è che il «tirannicidio», che viene ideato e compiuto da un non napoletano, un giovane magistrato friulano che ama Napoli, con la complicità e l’aiuto di tre studenti napoletani veraci dalla mente aperta e moderna.
Fine del racconto, che la dice lunga sulla necessità, che Gurgo afferma con efficacia, di liberare Napoli dalla napoletanità pulcinellesca, un distintivo che la riduce a una minorità sociale. Sì, questo libro rivela un nuovo scrittore. Va letto.

Ottorino Gurgo, Ammazziamo Pulcinella (Guida Editore, pagg. 163, euro 11,30).