Nasce il centro per il libro. Ma in Italia i libri non si leggono

Nel nostro Paese l'editoria langue. <BR> Solo il 38% della popolazione adulta sfoglia<BR> almeno un testo l'anno: la sfida per il futuro<BR> è far salire questa percentuale ad almeno<BR> il 50%

Matteo Sacchi
Allargare la base di lettura conferendo valore sociale al libro e passare nell'arco di un decennio dall'8 per cento di lettori abituali adulti al 10 per cento. Non solo farsi che entro dieci anni almeno il 50% degli italiani legga un libro all'anno (ad oggi lo fa solo il 38%). Con questi obiettivi è stato varato ieri dal ministro per i Beni e le Attività Culturali, Sandro Bondi, il «Centro per il libro e la lettura». Il centro, che è la prima iniziativa di questo genere in Italia, è stato pensato e voluto per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema della lettura, per promuovere politiche di diffusione del libro, della cultura e degli autori italiani in Italia e all'estero. Anche attraverso manifestazioni e fiere. Uno sforzo organizzativo considerevole che verrà svolto da personale del ministero ma a coordinare il quale, in qualità di presidente del centro, è stato chiamato Gian Arturo Ferrari, già direttore del «settore libri» della Mondadori e uno dei maggiori esperti del sistema editoriale italiano.
Durante la conferenza stampa di presentazione, tenuta nel Salone monumentale della Biblioteca Casanatese, il ministro Bondi ha sottolineato l'importanza di questa iniziativa per il governo: non più singoli eventi spot legati al libro, ma un organismo che fissa, in modo condiviso e duraturo, le strategie di medio e lungo periodo per il libro e la lettura. Bondi ha poi ringraziato anche chi lo ha preceduto al ministero sottolineando la continuità e il consenso bipartisan su questa iniziativa: «Le cose buone, chiunque le faccia, devono essere sostenute e valorizzate. Per l'istituzione del Centro del Libro e della Lettura si sono impegnati non solo il governo presieduto dall'onorevole Silvio Berlusconi, ma anche gli altri» (se ne parlava infatti dal 2006). E a testimoniare dell'importanza attribuita al Centro hanno partecipato alla presentazione anche i ministri Mariastella Gelmini (Istruzione) e Giorgia Meloni (Gioventù), i sottosegretari Paolo Bonaiuti (presidenza del Consiglio) e Francesco Giro (Beni culturali).
Gian Arturo Ferrari ha invece sottolineato i punti di forza del centro: «È un esempio di gestione mista pubblico-privato. Avrà la sede a Roma e sedi dislocate a Milano e Torino dal momento che l'editoria in Italia non è concentrata, come in Francia, tutta nella capitale. Un'attenta selezione delle iniziative, infine, sarà il nostro marchio di fabbrica». Quanto, invece, ai primi obiettivi da raggiungere: «Aumentare il numero dei lettori attraverso una sperimentazione che coinvolgerà almeno tre province, una per area geografica: Nord, Centro e Sud... Dare al libro un valore sociale importante... Vogliamo regalare copie di libri di buona qualità (scegliendole tra quelli che altrimenti andrebbero distrutti) nelle carceri, negli ospedali, nelle case per anziani, nelle scuole... Una giornata dedicata a regalare un libro alle persone cui si vuole bene...».
Promuovere la cultura attraverso la pagina rischia però di rivelarsi arduo. Durante la presentazione del Centro l'Aie, Associazione italiana editori, ha presentato i dati annuali sulla lettura e sul mercato librario. Non sono affatto confortanti. In Italia, come dicevamo all'inizio, solo il 38 per cento della popolazione di età superiore ai 14 anni si dedica alla lettura. E in questa minoranza solo 0,4 per cento legge più di 20 libri l'anno, mentre il 15,2 per cento si limita a 3-5 libri e il 14,8 per cento legge solo un libro o due l'anno.
Guardando l'Europa il ritardo appare forte. Se in Italia il «popolo dei lettori» arriva al 38 per cento, in Spagna è pari al 47,6, in Francia al 48,3, in Germania al 60,2 e in Gran Bretagna arriva al 63,7. Ma il fatto più sconfortante di cui il Centro del libro ha preso atto nei suoi studi preliminari è questo: «Negli ultimi anni le differenze tra lettori, basate sul livello di istruzione e sulla classe socio-economica, si sono accentuate invece di ridursi».