NATALE Riti dimenticati tra scherzi e pollìn

In tutte le case c’erano il presepe e l’anguilla fritta messa in carpione: bisognava mangiarne un pezzetto la sera del 24 per poter «sgusciare via dai guai». E le donne preparavano il «panatton»

Il Natale per i milanesi ha l'insopprimibile significato di una grande festa di riunione familiare per rivivere assieme i ricordi delle ataviche usanze, ora in parte non più attuabili ma sempre vive nel cuore e nella mente, e anche appianare quelle incomprensioni che possono essere insorte più di recente.
Anzi, se per caso si è trattenuti lontano, questo sentimento delle nostre tradizioni, su cui nessuno di noi si sogna di sorvolare, diviene ancora più dominante nella nostra mente. Specie di questi tempi in cui avvertiamo «l’arlìa», quel vago senso di malessere per quel qualcosa di malcontento e di incertezza che percepiamo nell'aria e per cui abbiamo derivato il termine dal latino «hariola», cioè l'indovina capace di individuare questa sembianza di minaccia che ci sentiamo sospesa sulla testa.
Le nostre tradizioni natalizie iniziavano, per la verità non più oggi ripetibili in quanto i defunti non sono più tenuti nelle case oscurate e con gli specchi coperti, con «lo scherzo dell'anta» del 23 dicembre, antevigilia di Natale. Dunque ecco la famiglia del patriarca, tutta indaffarata ad incartar regali e a preparare gioiosamente il gran pranzo ed il rituale presepe domestico, quando suona alla porta un ingenuotto per consegnare una di quelle ante a libro (ant snodaa) che oscuravano un tempo le finestre e che si usava porre sotto il lenzuolo del deceduto perché, irrigidendosi, non si imbarcasse «a far tazza». Il che creava poi un imbarazzante, quanto macabro e grottesco, riporlo nella cassa. Ed ora immaginatevi lo stupore della scena della consegna, proprio sotto le feste: gli scongiuri e il disappunto di sapere d'essere derisi col sorriso trattemuto reclinando la testa sul petto.
Il 24 sera era d'obbligo mangiare almeno un trancio della «bissetta», l'anguilla fritta e messa in carpione, con l'augurio di acquisirne la destrezza a sgusciar via tra i guai. Poi, col buio, si sistemavano i regali negli angoli assegnati. E il 25 la gran festa del trarli dalle carte decorate e il gran pranzo nella casa del patriarca con gli antipasti misti, la sardina in scatola e i brusch, i sottaceti. Poi i ravioli nel brodo di cappone, il galletto castrato in ottobre per non pensare più alle gallinelle ma solo ad ingrassarsi. Due gli accorgimenti: il brodo era ritenuto carminativo, sopprimente cioè le flatulenze e quindi favorire l'ingurgitare molto più cibo ma, nello stesso tempo, in brodo si servivano meno ravioli che al sugo. Poi il grande pollìn de Natal, il tacchino, o meglio la più tenera tacchina ripiena a metà con mele ruggini, prugne secche, prima rinvenute in acqua, e un paio di manciate di marroni, ben sbucciati ammorbiti con pezzetti di «luganega», salsiccia a serpente. Gioiosa mostarda e da ultimo i tre formaggi: zola, carsenza e grana. Il tutto generosamente innaffiato con vini corposi, con cui un tempo si spruzzava il ceppo sul fuoco traendone fiammate sfrigolanti. E c'erano i mandarini con la buccia gonfia che si bruciava per profumare la casa e la frutta forestéra a precedere il festoso panatton, il grande pane arricchito d'uova, burro, uvetta e canditi, con la fasséra per tenerlo su e con l'incisione del segno di croce del resgiô prima di infornarlo.
E il giorno dopo el rebattìn, cioè la ribattitura di far fuori gli avanzi... e poi ciascuno ai propri impegni!