Natsume Soseki, l’ultimo imperatore della tradizione che piace ai ragazzi

«Il signorino», scritto un secolo fa, è ancora un best seller fra i giovani del Sol Levante

Il sottile crinale che separa il Giappone-Giappone dal Giappone-Japan, il Giappone tradizionale da quello occidentalizzato, sta nella penna, anzi nel pennello di Natsume Soseki, nato a Tokyo nel 1867 e morto nel 1916. Attenzione alle date. Un anno dopo la nascita di Soseki sale al trono l’imperatore Mutsuhito, certificando la fine dello shogunato, il lungo periodo feudale del Sol Levante che prende il nome dagli shogun, i generali supremi. E quattro anni prima della morte dello scrittore, con la scomparsa di Mutsuhito finisce l’epoca Meiji, «del governo illuminato». La Storia ha dunque voluto che la vita dell’«ultimo imperatore» delle lettere nipponiche fosse parallela a quella dell’imperatore sotto il quale il Paese piegò la Cina (1894-95) e la Russia (1904-5) e si aprì al resto del mondo.
Soseki significa «pietra degli sciacqui», ma non era il suo vero nome. Il suo vero nome era Kinnosuke, cioè «salvatore di denaro». I genitori gliel’imposero per scaramanzia, visto che i nati il 9 febbraio 1867 come lui avevano ottime probabilità di diventare ladri. Ultimo di otto figli, prima lo mandarono a balia, poi lo affidarono a una coppia senza prole. Quando mamma e papà di riserva divorziarono e lo rispedirono al mittente, il piccolo era convinto di andare dai nonni.
È utile sapere tutto ciò perché nel Signorino, il secondo romanzo di Soseki (fino a due anni fa testo scolastico ufficiale per i ragazzini giapponesi, e ancor oggi fra i romanzi più letti del Paese), ora tradotto per la prima volta in italiano da Antonietta Pastore (Neri Pozza, pagg. 160, euro 14,50), il punto di partenza è proprio la grigia infanzia del protagonista, dalla quale l’autore prende slancio per raccontare il difficile rapporto con gli altri, dai compagni di giochi ai colleghi professori (altro elemento autobiografico: Soseki fu per anni docente universitario). Nel romanzo il personaggio più umano, il più puro è la tata di nome Kiyo. Siamo all’inizio del ’900, il Paese sta cambiando, e questa signora a disagio nella grande città, ligia al lavoro e di umili origini, suonerebbe stonata fra le ipocrisie e le meschinerie dell’ambiente scolastico, i falsi amici e agli arroganti con i quali il Signorino deve fare i conti. E allora Soseki la colloca sullo sfondo, come un nume tutelare che protegge l’anima buona e farlocca del ragazzo. «Per una persona semplice come me - ragiona il Signorino -, se le cose non sono decisamente bianche o nere, è difficile capire da che parte schierarsi». Una forma mentale decisamente poco giapponese. Il Signorino è un romantico: «Se si potesse conquistare il cuore della gente col denaro, il potere o l’intelligenza, gli usurai, i poliziotti e i professori universitari dovrebbero essere le persone più amate al mondo. Non sono i ragionamenti a far muovere le persone. Sono le emozioni».
Ecco, se nel Signorino e nel precedente Io sono un gatto, Soseki usa rispettivamente il registro del romanzo di formazione (qualcuno lo ha accostato al Giovane Holden), e dell’umorismo (con quel simpaticissimo gatto filosofo che fa le pulci ai dialoghi strampalati del suo padrone - un altro professore... - e dei suoi ospiti), le emozioni abbondano invece in altre due opere di Soseki, più spiritualmente intense, intimiste, fluttuanti, per usare un aggettivo di gusto orientale: Il cuore delle cose e Guanciale d’erba, pubblicate anch’esse da Neri Pozza. Il Soseki del Signorino e del Gatto echeggerà in Tanizaki, mentre quello degli altri due libri assume un tono lieve e costruisce una sorta di sceneggiatura ovattata che ritroveremo in Kawabata. «Vedi - dice il maestro all’allievo nel Cuore delle cose -, la solitudine è il prezzo che noi dobbiamo pagare per essere nati in questa epoca moderna, così piena di libertà, indipendenza, ed egoistica affermazione individuale». E il pittore viandante che porta l’anima a riposare sul Guanciale d’erba di un’incantevole natura, a proposito del teatro no afferma: «Sulla realtà s’indossano le numerose vesti dell’arte, ci si comporta con una calma che non appartiene naturalmente al nostro mondo». La calma dei forti. La calma di un Giappone che ha per esecutore testamentario Natsume Soseki.