La natura non uccide: è l’uomo che se le cerca

Caro Granzotto, «la scogliera killer», «la montagna assassina», «il pino maledetto». Queste espressioni ricorrono spesso nei titoli di giornali e nei tg di quest’estate piena di incidenti. Mi sembra una grande ipocrisia: perché non parlare dell’assoluta incoscienza di chi scala pareti rocciose ai limiti delle possibilità umane, di chi scia fuori pista e becca la slavina, di chi fa rafting e si spiaccica sul salto di un torrente? Le nostre strade maremmane sono contornate da folte pinete: se un ventenne insonnolito la domenica all’alba sbanda a 150 km/h e si schianta su un albero, sarà colpa sua o del «pino maledetto»? Se ce l’andiamo a cercare, è inutile andare dopo a lamentarsi dell’ecatombe. È d’accordo con me?


Ma sì, certo che sono d’accordo con lei, caro Danubi. Il K2 non è un killer, come non lo è l’eventuale squalo che azzanna un bagnante o il platano contro al quale si va a schiantare l’automobilista avventato. Però è un fatto che la natura nel suo insieme tende al killeraggio e non a caso per millenni l’abbiamo sentita ostile, nemica. Ci ha fatto sputar sangue per renderne domestica una parte (quello che oggi è un peccato ambientalista mortale, la deforestazione, fino all’altro ieri era una delle più alte e apprezzate conquiste dell’uomo) e spargere lagrime da riempirne fino all’orlo il lago Vittoria quando con una gelata, un temporale o una pioggia tardiva mandava a farsi benedire il raccolto. Ed era la fame, fame vera, fame da morirci. In aggiunta a ciò, tuoni, lampi, micidiali fulmini e saette, terremoti, frane, inondazioni, bradisismi, fenomeni abituali anche quando l’unica forza motrice era quella delle braccia e delle gambe. Fatto sta che per un pezzo l’unica natura amica restò quella dell’orto, dei campi coltivati, dei giardini, quella dove Titiro se ne stava all’ombra dell’ampio faggio a suonar lo zufolo. Oltre, già il bosco incuteva terrore, «selva oscura» dai mille pericoli. E quando non era bosco era palude mortifera e quando non palude fiumi invalicabili, torrenti impetuosi: ostacoli che la natura aveva messo di traverso. Fu solo quando ci sembrò d’averli rimossi tutti, quegli ostacoli, quando ci parve d’averle messo il guinzaglio tanto da poterla sfidare perfino sulle vette dell’Himalaya che della natura ce ne innamorammo. Credendo, nella nostra incommensurabile superbia, d’averla smidollata ben bene e resa docile al comando, ci compiacemmo di descriverla, oltre che buona, fragile. In seguito, presi da non si sa quale mattana, stabilimmo, ripiombando così alla «cultura» cavernicola, che era Madre. Con la maiuscola. Anzi, due maiuscole: Terra Madre. Svenevolezze, caro Danubi, che alimentiamo addebitando alle malefatte dell’uomo ogni nervosismo, ogni broncio di Mammà. L’albero che, sradicato dal vento, uccise i due turisti dalle parti di Grado non era certamente un killer, parola che sta per sicario, per chi ammazza su commissione. Però, trascinatovi dalle forze della natura, ha ucciso e chi è buono, chi è benigno come noi diciamo essere Terra Madre, certe cose non le fa. Con questo non intendo certo sostenere che bisogna procedere all’abbattimento di tutti gli alberi potenzialmente assassini o smettere di frequentare zone boscose. Ma di piantarla, almeno, di predicare che se tirassimo lo sciacquone solo una volta alla settimana (come va dicendo Folco Pratesi) o andassimo tutti in bicicletta (come propone Al Gore), la natura si metterebbe tranquilla. Non scaraventandoci fra capo e collo un albero e non decidendo di desertificare, per ripicca, l’intero pianeta.