La natura trionfò sulla buona Maniera

Anche se ci si limita alla sola Milano, si può constatare come sia in corso una mostra al museo diocesano sulla cultura dei Borromeo, e un’altra a Palazzo Reale, su Caravaggio e i caravaggeschi. La pittura del Seicento italiano è ancora una grande protagonista della vita culturale. «Sì, dopo Umanesimo e Rinascimento anche nel Seicento i pittori italiani illuminano il mondo. E non solo con Caravaggio che è un genio inimitabile, proprio come il suo contemporaneo Shakespeare, e ispirerà due altri giganti come Velázquez e Rembrandt: il primo venne in Italia a studiare il Merisi, l’olandese comprese il senso di verità del grande pittore lombardo senza mai venire nel nostro Paese. Ma oltre al pittore lombardo c’è anche Annibale Carracci, alla cui opera si richiamarono direttamente artisti della qualità di Poussin», dice Flavio Caroli, ordinario di Storia dell’arte moderna presso il Politecnico di Milano.
Bolognesi e lombardi, due tradizioni diverse. «Ma alla fine una stessa scena: Roma. Il Merisi arriva nella Capitale in qualche modo nella scia del cardinale Federico Borromeo. Ha ventuno anni, si è formato a Milano. Anche se resta un mistero che cosa dipinge nei suoi anni sotto la Madonnina. Comunque, giunge a Roma nel 1592, si piazza nello studio di un tardo manierista che dominava allora le scene capitoline, il cavalier d’Arpino, e subito incomincia a dipingere un capolavoro dopo l’altro, iniziando con il Fanciullo morso da un ramarro. La sua impostazione è innanzi tutto naturalista... Pesano direttamente anche le sconvolgenti ricerche di Galileo, che il pittore conobbe personalmente. Però la rivoluzione l’aveva iniziata qualche anno prima, intorno al 1585, a Bologna, Annibale Carracci con la sua Macelleria, oggi a Oxford. Il bolognese rompe con i manieristi che dominavano la scena da qualche decennio, e lancia un nuovo mondo il cui centro è il naturalismo. Che è il tratto anche di un altro grande artista, suo cugino Ludovico Carracci: guardate la Bologna di quest’ultimo nello sfondo dell’Annunciazione. Fu la fine dei “moduli” tipici della Maniera. La verità della visione diventa la chiave dei bolognesi. È un po’ come il cinema di De Sica che succede a quello dei telefoni bianchi. E il vento dell’ispirazione naturalista soffia un po’ in tutta Italia. Persino in quella repubblica che fa storia a sé, quella veneziana. Si consideri l’opera di Jacopo Bassano».
Poi Annibale va a Roma. «Nel 1597. E cambia ancora stile nel dipingere lo stupendo soffitto del Palazzo Farnese: adotta un classicismo che possiamo chiamare naturalistico. Coglie nell’agro romano una verità del grande passato che gli consente di combinare classicismo e naturalismo». Un naturalismo diverso da quello del Caravaggio. «Quello del Merisi è un naturalismo pauperista, borromaico. Studiate i piedi sporchi della Madonna dei pellegrini».
Caravaggio e Carracci, due stili, due star su una scena sola. Non litigano? «No, anzi si difendono insieme dai mediocri e dai passatisti. Certo erano due tipi molto diversi. Caravaggio era un violento, un solitario. La sua arte sconvolgente ispira grandi artisti ma lui non mette insieme una vera e propria scuola. Annibale, invece, man mano si porta dietro una scuola eccezionale: un Guido Reni molto giovane, Domenichino, Francesco Albani. Ma pur essendo assai diverse per stile e carattere, le due star non litigano. Anzi. Nel 1603 Caravaggio ha uno dei suoi tanti processi contro un pittore, Giovanni Baglione, di cui ha insultato un lavoro, una pala d’altare. Annibale e i suoi testimoniano a favore del lombardo. È in quel processo che il Carracci pronuncia una frase che diventerà famosa: “Un pittore ha da lavorare co’ le mani”. Ed è stata riportata anche un’altrettanto celebre frase, sempre pronunciata in quel processo, del Caravaggio: “Iè tanta manifattura fare un quadro bono di frutti come un quadro di figure”. Il Merisi aveva da poco dipinto quel capolavoro di natura morta, la Fiscella, che ora si trova alla Pinacoteca Ambrosiana. Nonostante l’assoluta diversità degli stili, le due scuole combattevano la stessa battaglia per il naturalismo, per superare quel formalismo che li aveva preceduti. Con questa scelta anticiparono tutto il mondo dell’arte europea e ne segnarono i binari su cui si mosse fino quasi alla fine dell’Ottocento».
Poi la situazione precipita. «Nel 1606 Caravaggio uccide il Tomassoni. Allora Roma era un luogo percorso da soldataglie: vaticane, francesi, spagnole, dei vari casati come gli Aldobrandini o i Farnese. Caravaggio era filo francese (i suoi capolavori li trovate appunto a san Luigi dei francesi), il Tomassoni, filo spagnolo. L’artista lombardo, condannato alla decapitazione, dopo l’omicidio, che aveva radici sostanzialmente politiche, scappa e non tornerà più a Roma. Vivrà ancora quattro anni. Nel 1609 morirà di malinconia Annibale: era una vera star della pittura mondiale ma i Farnese lo trattavano con sufficienza, lo facevano mangiare e dormire con i servi. Aveva chiamato il cugino per riceverne qualche riconoscimento che gli rendesse più lieve la depressione. Ludovico sbarca nell’Urbe nel 1602, va a visitare la Galleria Farnese dove opera quel ragazzaccio di Annibale, più giovane di lui di qualche anno, che ha lasciato la sua città natale per venire a trovare fortuna nel mondo. Non dice sostanzialmente nulla al cugino. Solo che voleva tornarsene rapidamente a Bologna perché nella città dei Papi faceva troppo caldo. Sono molti i bolognesi, e non solo quelli di oggi, che detestano Roma, anche se per secoli è stata la loro domina grazie ai cardinali legati. Nella sua città Ludovico si vestiva con lussuose pellicce da notaio; era una sorta di Giuseppe Verdi, vociante e adorato dalla gente».
Insomma, tra il 1606 e il 1609 si chiude un’epoca, per Roma. «Resta la formidabile scuola del Carracci che si allargherà grazie a un artista come il Guercino e dominerà il campo fino al 1630, all’esplosione del Barocco. Intanto però è opportuno spostare l’attenzione su Milano: qui è ritornato Federico Borromeo. Il cardinale ama le nature morte, i paesaggi dei fiamminghi come Paul Brill e il giovane Bruegel. Ma intanto si sta formando nella sua città, una scuola di qualità con evidenti e consolidati tratti comuni come il pauperismo e il pietismo. Si consideri il Cerano che aveva quasi l’età di Caravaggio. Si pensi al varesotto Morazzone, che univa pietismo e senso dello spettacolo. E poi al bolognese di nascita ma milanese d’ispirazione Giulio Cesare Procaccini. È la pittura dei pestanti, come diceva Giovanni Testori, di quelli che stavano andando incontro alla peste. La pittura della consunzione e mortificazione della carne. D’altra parte il loro santo protettore, Federico, era uno che non mangiava mai: quando morì gli trovarono un fegato grande come un nocciolino. Il clima dell’epoca lo conosciamo bene: l’ha descritto alla perfezione il Manzoni nei suoi Promessi sposi».
Poi scoppia la peste. «Nel 1630 uccide quasi tutti gli artisti borromaici di cui si è parlato. La scuola milanese finisce così. Anche se l’ispirazione pauperistica è una tendenza di lunga durata nell’animo milanese: si pensi al movimento patarino del 1100. Dopo la grande pittura di Leonardo e i leonardeschi, a preparare il terreno a una nuova linea pauperistica saranno i cremonesi Campi, oltre all’insegnamento culturale e ideologico dei Borromeo. All’ispirazione pauperistica saranno legati successivamente, nel Settecento, artisti come il Cerruti e fra’ Galgario. Intanto, mentre la peste spazza via i milanesi, nel 1630 a Roma arrivano Bernini e Pietro da Cortona, si afferma il Barocco, l’idea di una Chiesa trionfante predicata dai nuovi grandi educatori, i gesuiti. E c’era qualche buon artista anche nella stessa Compagnia come padre Pozzo».
E Bologna? «Le radici degli artisti bolognesi sono profonde. Già dalla fine del Duecento quando Giotto dipingeva a pochi chilometri di distanza e man mano il suo stile conquistava la vicina riviera adriatica da Rimini a Pomposa, nella città petroniana regnava il gotico francese. Il gusto era dettato più dalla presenza della grande università legata agli altri centri internazionali come la Sorbona che dai legami territoriali. Comunque a Bologna spirava da sempre un’arietta classicista a cui si sarebbe richiamato Annibale Carracci. Sin dalla fine del Quattrocento, inizi del Cinquecento, con Francesco Francia e Lorenzo Costa. Quando Raffaello dipinse a Bologna la pala d’altare in cui raffigurava l’estasi di Santa Cecilia, la città esplose d’entusiasmo. Nel classicismo Bologna rifletteva il suo tradizionale amore per la compostezza; quel suo spirito un po’ da notai che la faceva essere naturalmente antiromana. Non accetterà mai il Barocco. La tendenza classicista resterà quella prevalente ancora nel Settecento con Franceschini, e Giuseppe Maria Crespi».
E Roma? «A Roma solo qualche secolo prima pascolavano le pecore. L’attenzione e l’investimento sull’arte arriva solo con Papa Sisto IV che nel ’400 chiama Melozzo da Forlì con i suoi “agnoloni con la chitarra e il tamburo in mano”. Poi, vengono i grandi Papi come Giulio II e la città diventa con Raffaello e Michelangelo la capitale mondiale dell’arte. Con i tempi segnati anche dalle incombenti guerre religiose. Dopo la stagione in cui, con Giulio II, il Vaticano crede di essere giunto alla fine della storia, al regno di Dio in terra. Arrivano, invece, i tempi della Riforma e della Controriforma per contrastare i protestanti. Quelli di una vera e propria Riforma cattolica interpretata innanzi tutto dai Borromeo e dalla loro opera culturale. Infine la Chiesa trionfante dei gesuiti con la prevalenza del barocco. Anche i classicisti-naturalisti ebbero un dialogo intenso con la Chiesa e i suoi uomini. Dai lunghi confronti con il Domenichino, un intellettuale di qualità come monsignor Agucchi (Domenichino, allievo di Annibale Carracci, anche lui traditore della propria città natale in favore di Roma, ci dà del monsignore, suo sodale in allucinazioni religiose, un ritratto spiritato per pallore lunare che ora si trova alla New York City Art Gallery) trasse un saggio all’epoca assai importante sulle “leggi della nuova pittura cattolica”».
(5. Continua)