Il Negus sconfitto che non ci odiò

Nonostante il parere contrario dei consiglieri occidentali, nel 1936 scelse la battaglia campale contro gli italiani. Non per vincere ma per salvare la liturgia della guerra

Il 5 maggio del 1941, Hailé Selassié in splendida Alfa, tutta scoperta, fendeva la folla in delirio di Addis Abeba. Cinque anni esatti dopo Badoglio, rientrava col generale inglese Wetherall da vincitore, scortato dagli etiopi a cavallo, dai suoi principi e dai sordidi dignitari copti. Con Amedeo d’Aosta sull’Amba Alagi, erano arroccati i resti vinti dell’esercito italiano, ai quali tuttavia ripensò nel suo didascalico discorso.
Elencò con ogni minuzia i pretesti usati dall’Italia per cercare la guerra, le ferocie, i gas, le nefandezze di Graziani, le rivolte, e quella fulminea marcia nel Goggiam che gli ridava il trono. Ma senza odio. Ne dedusse anzi le seguenti parole: «Perché oggi è un giorno di felicità per tutti, dal momento che abbiamo battuto il nemico, rallegriamoci nello spirito di Cristo. Non ripagate dunque il male con il male. Non vi macchiate di atti di crudeltà, così come ha fatto sino all’ultimo istante il nostro avversario. Attenti a non guastare il buon nome dell’Etiopia. Prenderemo le armi al nemico e lo lasceremo ritornare a casa per la stessa via dalla quale è venuto».
Ci si dovrebbe complimentare della grandezza dei propri nemici, giacché che cosa si ha di più intimo? Con loro si finisce per ossessionarsi, quindi vicendevolmente confondersi. Perciò avere un degno nemico implica migliorarsi e non v’è in guerra privilegio maggiore. Criterio certo difficile da intendersi in quel secolo di masse educate all’odio, tanto più per gli italiani inclini a guerre civili. Eppure pure loro, che volentieri alla cavalleria preferiscono la derisione, predilessero Hailé Selassié. Le steppe della guerra di Russia impressero nei tedeschi e negli italiani l’immensità del dolore. Ma non s’erano incarnati in una persona come accadeva invece nell’incedere enigmatico di quel re d’Etiopia: esile, suadente, capelluto: l’irrinunciabile nemico che c’era amico.
Perciò pochi, in Italia si felicitarono di saperlo ancora prigioniero nel ’75. Ottantaduenne rinchiuso nel recinto del Ghebì di Menelik, da generali golpisti. Gracile, ai tratti semiti e affilati del suo viso, l’età aggiungeva un tetro pallore. Come se la vita gli avesse bruciato la carne sotto la pelle, l’avesse mutata in pergamena, indistruttibile, fragile ma posseduta da tensione della volontà ininterrotta, e inquietante. Malgrado gli occhi così intelligenti, sempre sul punto di sorridere, inclinava al deliquio; ma assistendo con solennità al suo destino. Perciò interrogato, dissimulava, sentendosi peraltro l’esistenza migliorata da quella prigionia che l’alleggeriva del potere. Galleggiava distaccato nei suoi ricordi...
Era nato nel 1892, l’ultimo più terribile anno della «Grande Fame», il 23 luglio, mentre la gente cadeva morta per le strade, i contadini abbandonavano i loro campi divorati dalle locuste e dai bruchi, ed un terzo degli etiopi moriva. Il padre, Ras Makonnen, generalissimo ad Adua, chiamò Tafari quel suo figlio tutta testa. L’affidò ad un francescano francese, monsignor Jarosseau, il quale gli scelse come insegnante il mite Abba Samuel, etiope cattolico. Era costui un uomo buono e che raccoglieva con umiltà ovunque il sapere, proprio come l’ape col miele. Consacrato all’amore di Dio e del prossimo cercava le gioie dello spirito e non si curava quindi molto di morire annegato nel lago Aramaio in una gita in barca, ma dopo aver aiutato Tafari a mettersi in salvo. Lo vide arrendersi al cupo gorgo e sparirvi. Così sempre un po’ interdetto, vegliò anche suo padre, il successore di Menelik, e udì i mormorati consigli di lui morente. In esperimento della morte così precoce, tra i principi egli divenne pertanto il più equilibrato.
Gli parve inerente al suo restare comunque fermo, aiutare la congiura per la quale gli ambasciatori dell’Intesa nel 1916 deposero l’imperatore Ligg Jasu. La conversione di questo stravagante all’Islam restava dubbia; ma Tafari si compiacque che lo si scomunicasse. Tuttavia mostrò un calmo coraggio nella battaglia che vinse contro gli eserciti di costui. A 24 anni si trovò cooptato in un interregno di intrighi e impotenza. Attese: il 3 aprile 1930 venne proclamato imperatore. Nella sua capitale non c’erano fogne, ed erano iene e nibbi a incaricarsi della nettezza urbana, mentre il tifo esantematico regnava endemico, e i lebbrosi mendicavano. Non di meno il nuovo imperatore si compiacque di avere un campo per le corse dei cavalli e molti archi di trionfo, tra le luride capanne. C’era il telefono, ma non esisteva l’elenco.
Ma i ras etiopi presenziarono rasserenati alla incoronazione, in una ventina. Hailé Selassié, per ognuno, aveva fatto forgiare dagli orafi di Regent Street, a Londra, delle corone d’oro. Gli era inconcepibile di sentirsi colpevole di una miseria, panica ed ovvia come le liturgie della sua chiesa.
E quanto capirono male gli italiani: non videro che l’Africa a cui Mussolini faceva la guerra invece era un pezzo d’Oriente. Dunque sospesa, fuori dal tempo, impermanente, perciò inconquistabile. Su quelle petraie contava il gesto, era importante per i migliori solo il dare arcaica solennità alla natura, troppo estrema e potente per essere contraddetta. La vita poteva là essere solamente una liturgia omerica, epica. Perciò il Negus non obbedì alla ragione dei consiglieri occidentali, che gli consigliavano la guerriglia contro Badoglio nel 1936 vincitore. Lui Negus Neghesti, duecentoventicinquesimo imperatore d’Etiopia, Eletto di Dio e Leone di Giuda scelse la battaglia campale. A Mai Ceu i suoi trentamila strisciarono fino alle posizioni dov’erano altrettanti nemici, meglio armati. E all’alba del 31 marzo 1936, da buche e crepacci, gli abissini s’arrampicarono verso le trincee degli alpini della Pusteria e gli eritrei. I battaglioni della sua guardia imperiale assaltarono all’arma bianca; per poco non sfondarono. Hailé Selassié, disceso nella pianura, disperato mitragliò il nemico, e i caccia degli italiani non lo colpirono. Era fervido, nel corpo esile però impassibile, compreso in una sua grazia, resistente a tutto, persino ai carnai di quella guerra.
Che senso ha rimproverare a un’anima com’era la sua di non aver fatto poi la riforma agraria? O di aver ricostruito le élite etiopiche col solo criterio della lealtà personale? Trascurò difetti, incompetenze, corruzione, ma pure mischiò shohani ed eritrei, resistenti e collaborazionisti di Mussolini, appunto da re arcaico, perciò epico. Costrinse pertanto suo figlio Asfa Wossen a mettersi un pietrone sulle spalle in segno di sottomissione per aver assentito al colpo di Stato che gli fu tentato contro nel 1960. E fu sempre per sua volontà che il cadavere del responsabile venne esposto, appeso sulla forca, davanti alla cattedrale di San Giorgio. Hailé Selassié, morì soffocato nel letto la notte del 26 agosto 1975 da un generale, progressista; dunque malvagio davvero e soprattutto privo della sua sorpresa grazia solenne.
(3. Continua)