Nel mese del Ramadan scoppia la guerra delle telenovele arabe

Sheherazade narrava le sue storie al sultano al calar della sera e smetteva quando faceva giorno, lasciando sospeso il finale e curioso il suo ascoltatore. E al calar della sera, in una versione moderna della raccolta di novelle orientali, milioni di arabi si stringono in questi giorni sul divano, assieme ai familiari, per assistere alle sempre più celebri telenovele di Ramadan.
È il mese più sacro dell’anno islamico, momento di digiuno, preghiera, meditazione e anche di vita in famiglia. Pochi minuti prima della rottura del digiuno, il traffico delle grandi capitali arabe diventa ancor più caotico: tutti corrono verso le proprie case, dov’è già imbandita una ricca tavola. Poi, sulle strade, scende improvvisamente la tranquillità e dalle finestre delle case e dai caffè arriva il profumo dei cibi, del fumo dolce dei narghilè, il rumore delle chiacchiere, delle posate e in sottofondo la voce della televisione. Da qualche anno, infatti, alle tradizioni religiose del Ramadan se ne aggiunge una meno ortodossa: dopo il pasto tanto atteso, è il momento di mettersi davanti alle soap opera preparate dai produttori di tutto il mondo arabo. La nuova abitudine ha però attirato le critiche di alcuni uomini di religione che accusano i produttori di svuotare con anticipo le moschee e di togliere al mese del digiuno l’atmosfera di meditazione e sacralità che lo caratterizza.
Gli arabi restano però incollati allo schermo per un altro episodio di Bab el Hara (La porta del quartiere). Come l’anno scorso, la celebre soap siriana, ambientata nella vecchia Damasco sotto i francesi, fa impazzire tutti. A farne le spese è stato perfino il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, popolare in tutta la regione. Incauto, nonostante la sua sapienza mediatica, aveva tenuto nel 2007 un discorso televisivo alla stessa ora della serie. Palestinesi e libanesi avevano preferito Bab el Hara e l’auditel aveva inchiodato lo sceicco più di ogni strategia del rivale israeliano. E poca voce hanno avuto sui palinsesti le femministe arabe che accusano la soap di dipingere una donna sottomessa.
Anche quest’anno i dibattiti non mancano: Asmahan è una serie sulla vita della cantante siriana che secondo gli sceneggiatori sarebbe stata una spia britannica in Egitto. Quanto basta per smuovere la famiglia, che ha intentato una causa. In Arabia Saudita, una serie sulle antiche lotte tra due tribù della penisola arabica avvenute tre secoli fa ha attizzato battaglie reali tra i due clan ancora esistenti, obbligando le autorità a fermarne la messa in onda.
Nel 2007, la soap su re Farouk, il monarca egiziano costretto ad abdicare nel 1952, in seguito al colpo di Stato degli «Ufficiali liberi» di Gamal Abdel Nasser, dipinto dal regime come un sovrano corrotto, grasso, donnaiolo e debosciato, nella soap saudita revisionista diventava un patriota: una sorta di sfida al rais Hosni Mubarak, erede di quegli ufficiali che misero fine alla monarchia.
Le telenovele di Ramadan hanno anche creato screzi tra Paesi: nel 2003 la serie siriana in onda in Egitto, Cavallo senza cavaliere, fortemente antisemita, basava il racconto sui Protocolli dei Savi di Sion, falso zarista che sostiene l’esistenza di un complotto ebraico per controllare il mondo. Provocò le condanne d’Israele e l’indignazione dei governi occidentali.
Politica e attualità giocano spesso un ruolo: nel 2006, un episodio della popolare serie satirica saudita, Tash ma Tash, che prendeva in giro i terroristi islamici, attirò le ire dei fondamentalisti e gli attori ricevettero minacce di morte. Il tema del terrorismo era centrale anche nella serie siriana al Mariqun - disertori - del 2006. Matabb, la nuova telenovela palestinese, è stata appena messa fuori onda perché considerata dai vertici politici non sufficientemente anti israeliana.