«Nel mio condominio abita tutto l’Egitto»

Il suo ultimo romanzo, Palazzo Yacoubian, è da quattro anni nei Paesi arabi secondo per vendite soltanto al Corano. Con il pretesto di una cornice condominiale ritrae l’Egitto di oggi, tra corruzione politica, sessualità e torture. Nell’ultimo anno il libro è diventato un film omonimo, con la produzione più costosa della storia d’Egitto e un budget di sei milioni di dollari, il doppio del costo di qualsiasi altro film arabo. La storia ha suscitato polemiche e dibattiti e in Egitto se ne è discusso persino in Parlamento. Eppure, prima che Feltrinelli per l’Italia e Harper Collins per le nazioni di lingua inglese se ne aggiudicassero la traduzione, ’Ala Al-Aswani, il 49enne cairota autore, aveva ricavato dal suo libro una cifra pari alle spese sostenute in caffè e sigarette consumati per scriverlo. In Egitto e nei Paesi arabi, di scrittura non si campa: non ce la fece nemmeno il premio Nobel Naghib Mahfouz. ’Ala Al-Aswani fa il dentista, e suo padre Abbas, anch’egli scrittore e premio di Stato per la letteratura vent’anni fa, faceva l’avvocato.
Di letteratura e mondo arabo, e in particolare di orientalismo e conoscenza dell’altro, ’Ala Al-Aswani discuterà al Cairo il 25 gennaio alla Fiera Internazionale del Libro (vedi box). Dalla posizione privilegiata di un autore arabo che ha avuto grande successo e ripetuto accesso al mondo occidentale (ancora prima di divenire scrittore e dentista, ha studiato al Lycée Français, ha vissuto tre anni a Chicago ed è un esperto di letteratura americana), Al-Aswani dovrebbe conoscere meglio di altri le possibili strade che portano al dialogo. «L’argomento dell’orientalismo - risponde - mi interessa soprattutto perché scava nelle ragioni dei pregiudizi e dei fraintendimenti. Esistono sia per noi arabi sia per voi occidentali. Ma si sono ingigantiti dopo l’11 Settembre. Il più evidente è a proposito dell’Islam, che è una delle tre maggiori religioni mondiali e non quella forma di politica in cui lo ha trasformato l’interpretazione corrente».
Chi sbaglia nell’interpretare l’Islam?
«In Egitto abbiamo sempre avuto una visione aperta delle religioni: a proposito della condizione femminile, del diritto allo studio di culture diverse, del cinema e della democrazia. Su ognuno di questi argomenti, l’essere religiosi per noi era una motivazione, non un fardello. Ma alla fine degli anni Settanta, la crisi petrolifera ha conferito all’Arabia Saudita un potere incommensurabile. E poi, dopo la rivoluzione iraniana del 1979, tutti i governi arabi hanno cominciato a sentirsi in pericolo. Perciò sono stati spesi milioni di dollari per finanziare, anche attraverso la costruzione di moschee in Europa, quella che chiamiamo “scuola wahabi”. Ovvero l’interpretazione integralista dell’Islam, quella di jihadisti, mujaheddin, talebani. Il wahabismo ha contagiato tutti coloro che andavano a lavorare in Arabia Saudita ed è stato, per i dittatori dei Paesi arabi, una specie di regalo di Natale: secondo la visione wahabi, i musulmani non hanno alcun diritto politico nei confronti delle loro autorità religiose».
Quale dev’essere il ruolo della letteratura in questa storia recente?
«La letteratura è un’arte. E come tale non va mai “usata”. La letteratura è tollerante. La letteratura non giudica. Insegnare che tutti siamo umani: questo è il suo ruolo. Ma è un ruolo che va perseguito attraverso l’espressione artistica. Io scrivo articoli politici, sono un’attivista del movimento “kifaya” (Abbastanza) che lotta per la democrazia. Sono un egiziano intellettuale e questo è il mio dovere. Ma quando scrivo un romanzo penso soltanto che dovrò scrivere un buon romanzo. Non che servirà a qualche causa».
Lei afferma che nel suo Paese la censura è molto potente. Eppure il suo libro è venduto e letto e così è stato per il film.
«Non è vero. Hanno cercato di fermare il film perché mette a nudo i soprusi e le torture operati dal regime. E per farlo hanno usato il movente dell’omosessualità, di cui parlo esplicitamente nel libro ma che è accettata da tempo in Egitto. Abdel Halim Kandil, columnist di uno dei giornali arabi più importanti, Al-Arabi, è stato rapito e minacciato due anni fa, e ha scritto che il film Palazzo Yacoubian “è il principale partito di opposizione, al momento, in Egitto”. Molti altri hanno subito la stessa sorte e anche a me sono capitati alcuni episodi spiacevoli, anche se trascurabili rispetto a questi».
Però alla fine il film è uscito nelle sale...
«Per un calcolo politico: il regime si aspettava che il popolo avrebbe contestato la pellicola. I produttori del film sono gli stessi che realizzano i filmati di propaganda per il governo».
Il suo romanzo è stato un successo in tutto il mondo. Ma rimane un’eccezione: la letteratura araba, da noi, stenta a decollare. È poco pubblicata e poco nota. Come mai?
«Credo che noi arabi, nel XX secolo, abbiamo fallito in ogni dominio: tecnologico, democratico, civile. Tranne che in quello letterario. Abbiamo avuto ed abbiamo ottimi scrittori. Se non sfondiamo in Occidente è per due motivi: il generale fraintendimento tra le due culture e le difficoltà di traduzione».
D’altra parte, pare che nemmeno gli scrittori occidentali riescano a sfondare nei Paesi arabi. Gli italiani più tradotti rimangono Moravia, Calvino, Tamaro.
«Anche qui l’ostacolo fondamentale è la traduzione. Noi abbiamo pochi mezzi economici per tradurre e spesso gli editori occidentali non ci considerano un buon mercato dove esportare la vostra cultura. Inoltre qui chi traduce letteratura straniera spesso non cerca i buoni romanzi, ma i romanzi che sostengono gli stereotipi».
Sia lei sia suo padre eravate molto amici del premio Nobel Mahfouz, morto nell’agosto scorso. Come lo ricorda?
«Mahfouz è stato un caso unico nella storia della letteratura mondiale, perché ha svolto due ruoli: pioniere e riformista. Ha fondato il nuovo romanzo arabo e lo ha anche fatto evolvere. L’ho visto molte volte in casa nostra da bambino e da ragazzo, ma ricordo un particolare incontro con lui. Fu per caso ad Alessandria, al principio della mia carriera di scrittore: ero confuso, quasi disperato. Mi parlò per due ore. Quelle due ore mi cambiarono la vita e lui divenne il mio modello. Mi insegnò che per uno scrittore la letteratura deve essere la cosa più importante e che bisogna sacrificare a essa ogni momento. Ha dato anche alla gente il grande esempio di come un romanziere di successo possa rimanere una persona modesta e aperta ai valori. Poco dopo aver ricevuto il Nobel, uno studente lo cercò e gli chiese un’intervista per il giornale della scuola. Mahfouz gli diede appuntamento alla redazione del giornale Al-Ahram, dove lavorava. Fino all’ultimo il ragazzino credette che si trattasse di uno scherzo. Così, quando salì al settimo piano e trovò Mahfouz che lo aspettava alla scrivania, gli disse, incredulo: “Forse lei non ha capito: l’intervista è per un giornalino scolastico”. “Che importa?” rispose Mahfouz. “Un’intervista è un’intervista”».