Nel Mossad il figlio del capo di Hamas

Esce allo scoperto Massav
Hasan Yusef, il più insospettabile degli agenti di Israele in
Palestina. Convertito in segreto al cristianesimo, ha impedito un gran
numero di attentati suicidi

Come hanno fatto i servizi israeliani a eliminare, senza farsi prendere, a Dubai - ammesso che siano stati loro -, Mahmud al-Mahbhou, il principale fornitore di armi iraniane a Hamas? Non sono certo una razza speciale di 007 e gli errori commessi in passato lo confermano. Basta pensare all'uccisione, nel 1973, a Lillehamer, in Norvegia, di un cameriere marocchino scambiato per Ali Hassan Salame, uno degli organizzatori della strage degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Oppure il fallito attentato ad Amman contro Khaled Mashaal, capo di Hamas, che obbligò il governo di Gerusalemme a rilasciare il fondatore e guida spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, per liberare gli agenti israeliani arrestati dalla polizia giordana.
D'altra parte, nonostante lo sviluppo delle tecnologie per la raccolta di informazioni in campo nemico sia ormai diventato un elemento indispensabile per l'intelligence di ogni Paese (in Israele l'unità nota con la sigla 8200 si è mostrata molto efficace), la guerra in Irak e in Afghanistan ha messo in evidenza a spese degli americani come non si possa fare a meno degli agenti segreti. L'abilità dei servizi israeliani consiste nel saperne reclutare anche all'interno dei più ostili schieramenti nemici.

Un anno e mezzo fa, raccontavamo su queste pagine la storia di un leader degli Hezbollah che si era convertito all'ebraismo dopo aver per anni collaborato coi servizi israeliani nel Libano. Nell'intervista che ci aveva concesso, aveva spiegato come fosse arrivato alla convinzione che vivere in pace con Israele e, se necessario, aiutarlo a difendersi, fosse un dovere per un buon musulmano. Sembrava un caso unico nel suo genere. Invece mercoledì la prima pagina del quotidiano israeliano Haaretz è stata dedicata all'intervista di un suo giornalista con Massav Hasan Yusef, figlio di uno dei fondatori e leader di Hamas, lo sceicco Hasan Yusef.

Noto ai servizi col nome di «Principe verde», per anni è stato il miglior agente israeliano in Palestina. L'uomo-ombra a cui - secondo quanto scriveva ieri il quotidiano di Tel Aviv - moltissimi israeliani debbono, senza saperlo, la loro vita.

Questo agente ha permesso a Israele, con grande rischio personale, di prevenire l'arrivo di nuovi candidati suicidi, procurando informazioni su chi forniva loro le cinture esplosive e in seguito (in collaborazione con al-Fatah) ha contribuito a distruggere l'organizzazione di Hamas in Cisgiordania.

Venerdì il giornale pubblicherà l'intero testo dell'intervista, superando l'ostacolo della censura militare, che certo avrebbe preferito che questo agente restasse incognito. Ma i servizi hanno dato il loro accordo alla pubblicazione, perché il «Principe verde» ha deciso di pubblicare in America la sua storia. Hanno capito, anche sulla base di precedenti esperienze, che il tentativo di bloccare la pubblicazione avrebbe solo aumentato la popolarità dell'autore. Hanno cosi preferito ricordare pubblicamente i suoi meriti e sottolineare il fatto che Massav Hasan Yusef ha agito per convinzione, dopo essersi convertito al cristianesimo. Una prova che il radicalismo terrorista islamico non è un fronte monolitico. Legato a una ideologia di morte che non è mai stata parte della fede islamica, una volta arrivato al potere come a Gaza sopravvive grazie alla paura che incute alle masse.

Il caso del «Principe verde» non è comunque un caso isolato, anche se straordinario.

Una delle ricadute meno note del conflitto arabo-israeliano è il numero di palestinesi che discretamente si converte all'ebraismo o al cristianesimo e che, meno discretamente, fa la fila davanti agli uffici del ministero dell'Interno a Gerusalemme Est per ottenere la cittadinanza israeliana. I vantaggi economici e sociali sono evidenti. Ma il fatto che il numero delle domande abbia superato quota dodicimila la dice lunga su quello che molti palestinesi pensano, contrariamente a quanto afferma l'opinione pubblica araba e palestinese.