Nel nome della rosa effigie guerriera e ispiratrice di poeti

Rosa non è un nome storicamente letterario. Non è Beatrice per Dante, non è Laura per Petrarca, non è Lucia per Manzoni. Ma per tutti gli artefici del pensiero Rosa è altro: di complesso, di ineffabile, di misterioso. Nessun nome come questo ascende nella storia della creazione e dello spirito, e in definitiva dell’umanità, al simbolo dei simboli. Rosa è il principio: il principe dei nomi e la principessa dei fiori, in cui coloro che in tutti i tempi hanno iniziato il cammino della conoscenza hanno visto la parola, la nota, il segno, il sogno e la sostanza di ciò che si vede senza vedere.
Ancor prima che Dante scrivesse nella celebre terzina del trentunesimo canto del Paradiso: «In forma dunque di candida rosa/ mi si mostrava la milizia santa/ che nel suo sangue Cristo fece sposa», la rosa in forma di fiore ma già quasi in onore di simbolo aveva fatto la sua comparsa fra i tesori più preziosi dell’uomo. Tra il 2845 e il 2768 a.C. Sargon, re dei Sumeri, portava verso il delta del Tigri e dell’Eufrate arbusti di rose, come «ricordi» di una spedizione militare. Il fiore, da sempre talamo della più eletta femminilità, è sempre stato caro ai guerrieri. I guerrieri del corpo: Omero narra che sullo scudo dell’invincibile Achille fossero scolpite rose; e i guerrieri dello spirito: in una fredda notte di gennaio nel convento della Porziuncola fiorì un roseto di rose rosse senza spine per alleviare le sofferenze di san Francesco. E santa Teresa del Bambin Gesù promise alla sua morte una pioggia di rose: così fu una pioggia d’amore.
Non c’è fiore e nome che venga più cantato e vissuto nella breve vicenda dell’uomo. Probabilmente dobbiamo ad Archiloco la sua prima «visione» scritta nel VII sec. a.C. E continua il lirico greco: «Aveva un ramo di mirto e gioiva/ e un fiore bello di rosa». Da allora il nome della rosa si pone come un pietra unica nelle più significative opere dell’umanità. «Bellezza» è il suo primo attributo. Da un serto di rose gettate tra le onde del mare nacque Venere, emblema di una bellezza perfetta, feconda ma caduca. Quell’«aura beltade» del corpo in cui gli eroi trovavano ristoro e pace. Ma già in Lucio Apuleio e nelle sue Metamorfosi, composte nel 125 d.C., la corona di rose rosse che il sacerdote portava intrecciata a un sistro (strumento musicale egiziano) assume il potere magico di far ritornare il protagonista dell’opera alle sue perdute sembianze umane. Quella corona divenne una particolare «collana», che elevava la bellezza sulla scala di una potenzialità spirituale rivelata e ancora arcana. Decine di rose secche venivano infilate, all’inizio della storia della nostra preghiera, ed era il rosario. Ancora adesso i più caratteristici sono fatti in legno e ogni perla è lavorata in forma di rosa.
Da effigie guerriera, femminile, la rosa passa a simboleggiare Maria, e rossa diventa l’emblema dell’immenso, inconoscibile, inginocchiato guerriero dell’anima che la nostra storia ha «ospitato»: Gesù. A lui l’uomo riservò una corona di spine, queste «terroriste» dei roseti, ma già dal medioevo quando i Papi desideravano fare un dono mistico, regalavano rose d’oro a città, memorabile l’albero di rose dato a Siena da Papa Pio II nel 1458; a regine e imperatrici come il gioiello che fu di Elisabetta d’Austria, Sissi. Non c’è verbo umano capace di comprendere il soffio della parola «rosa», e la «dimensione» aurea con le sue geometrie, volute e spirali, su cui salirono i geni della creazione, da Leonardo a Mozart, forse annuncia quella forma di rosa in cui Dante riuscì a distinguere l’unanime corpo degli eletti in Paradiso.
Il canto dell’umanità alla rosa non ha fine, a questo emblema infinito che avvolge tra i petali il principio femminile e maschile, il sogno vitale e la croce spirituale, la vita, la sua bellezza, il suo viaggio. E oltre... È lei, la rosa, o lui, il suo nome, che continua a far fiorire la prima e l’ultima alba del nostro senso. A questo cerchio d’amore il poeta Rainer Maria Rilke, il sacerdote dei roseti, che si dice sia morto di leucemia in seguito a una puntura causata da una spina di rosa, dedicò l’epitaffio più vero, che volle scolpito sull’ultima dimora terrena: «Rosa, contraddizione pura, piacere d’essere/ il sonno di nessuno sotto tante/ palpebre».