Nel «Ragazzo» di Perilli i ragazzi di Pasolini

Il dibattito aperto da Maurizio Cabona ridimensiona il luogo comune che - negli anni del fascismo - dominasse il cinema dei «telefoni bianchi». Carlo Lizzani può ben dirlo, avendo partecipato ai fermenti per l’affermazione del cinema italiano del dopoguerra. Il neorealismo ebbe la sua preparazione durante il periodo fascista: Rossellini (La nave bianca), Blasetti (Quattro passi tra le nuvole), De Sica (I bambini ci guardano), Visconti (Ossessione) maturarono le loro opere, considerate anticipatrici del neorealismo, entro il 1943. Blasetti, per di più, realizzò nel 1940 La corona di ferro, per lanciare una invettiva contro la guerra, proprio mentre i Panzer tedeschi straripavano in Europa.
Sono stato testimone della sfuriata di Goebbels con Pavolini, che aveva osato portare il film alla Mostra di Venezia; e sono stato testimone di quell’ultimo scorcio dell’era fascista come «aiuto» di Augusto Genina - autore patriottico più che propagandista - nel film Bengasi.
Ma l’archetipo neorealista risale al 1933: è il film Ragazzo di Ivo Perilli, opera misteriosamente sparita, quasi a cancellare la vera premessa del cinema italiano del dopoguerra. Il Centro sperimentale di cinematografia ne possedeva una copia; ricordo di averla vista, ricevendone un’impressione profonda. Il soggetto di Ragazzo era di Sandro De Feo e Nino D’Aroma, allora federale fascista di Roma; la sceneggiatura era di Perilli, grande sottovalutato, con la supervisione di Emilio Cecchi; il protagonista, Costantino Frasca, era preso dalla strada; la storia era ambientata sui pontoni del Tevere. Ritirato per censura dopo una settimana di programmazione nelle sale, il film non solo precorreva il neorealismo, ma anticipava i pasoliniani «ragazzi di vita».
Il cinema italiano oggi replica, in condizioni diverse, quel periodo di transizione che fu dei «telefoni bianchi», in attesa - come ha sostenuto Dino Risi su queste pagine - di un nuovo linguaggio, cui i giovani italiani potranno contribuire. Si verificano grandi trasformazioni: la graduale scomparsa della pellicola chimica e l’avvento del digitale aprono nuovi, impensati orizzonti, perché è dalla tecnica che nasce l’arte.