Nell’epica del Far West un’eco del Rinascimento

All’origine dell’arte statunitense c’è una profonda rielaborazione dei temi dell’Europa Come testimonia la rassegna di Rouen

È pittura a colpi di pistola, scultura a fendenti di Tomahawk. Questa è la prima definizione che si è tentati di dare, semplicistica ma portatrice di una sua verità, dopo il primo colpo d’occhio sulle opere de La Mitologia dell’Ovest, la mostra che sino a gennaio sarà al Museo di Belle Arti di Rouen e che poi girerà la Francia, sino all'agosto 2008, passando da Rennes e da Marsiglia. E in effetti si tratta di opere che colpiscono per intensità, per forza espressiva, per quel loro anticipare il western cinematografico. Quelle che più restano in mente, come i violenti pistoleri di Newell Convers Wyeth che si sparano a bruciapelo (Gunfight 1916), sono, infatti, archetipi potenti di tutto quello che verrà dopo, sul grande schermo e nelle serie televisive, persino nei prima vituperati e poi esaltati spaghetti western. Esattamente come guardando le giubbe blu, intente a salvare un «tenentino ferito», che il pennello di Charles Schreyvogel ha congelato sulla tela con un realismo magistrale (Saving Their Lieutenant, 1906) si ha la chiara percezione che senza quadri come questo non sarebbe esistito John Ford.
Eppure l’archetipo che ancora fa giocare i bambini ai cow-boy e agli indiani, anche se purtroppo sempre meno e con le dovute revisioni - far vincere gli indiani -, l’archetipo dicevamo non è in fondo la cosa più importante su cui far correre gli occhi passando tra le testimonianze di decine di artisti, disseminate in un arco cronologico di più di cent’anni (1830-1940). Quello che colpisce in questa mostra è la pluralità di livelli, la capacità di questi pittori, quasi tutti precursori dell’iper realismo, di trasmettere attraverso la tela più messaggi. Alla base c’è sempre l'epica della conquista, della natura incontaminata (non per niente una delle sezioni della mostra e del catalogo si intitola «l’Epopea»), ma attorno fioriscono temi secondari, che vanno dal divertissement alla citazione colta. Giusto per fare qualche esempio: nella Madonna della prateria (1921) di William H. D. Koerner c’è l’eco di tutta la pittura sacra rinascimentale, con l’aggiunta dell’ironia che trasforma il telo di un carro in aureola, nei paesaggi di Alexander Hogue un’incredibile vena surrealistica, nelle sculture di Henry Kirke Brown l’indiano che sceglie la freccia si trasforma in un apollo classico.
Insomma la contaminazione nell’arte a stelle e strisce è iniziata molto prima di quello che si potrebbe essere portati a pensare, e all’origine della pittura americana c’è poco di spontaneistico, semmai una rielaborazione profonda degli echi dell’Europa, a partire da quelli romantici.
Il bello però è che quasi tutte le opere si lasciano guardare anche senza per forza mettersi a pensare tutte queste cose. O meglio: chi le coglie può anche poi felicemente dimenticarsene. In Captured by Indians (1848) di George Caleb Bingham la donna rapita, col bambino in grembo e gli occhi levati, reinterpreta il tema della Madonna sofferente per i futuri destini del Bambin Gesù, che l’arte del Vecchio continente ha declinato in ogni maniera. Gli indiani attorno, quello della sentinella notturna, caro ai pittori secenteschi, dei soldati romani attorno alla croce che dormono appoggiati alla lancia.
Eppure il repertorio iconografico ha in questo suo contesto altro un nuovo valore, ridiventa diretto e immediato nel suo rappresentare l’angoscia, nel contrasto tra il pallore della donna e la severità bronzea, non venata di crudeltà, dei guerrieri indiani che la circondano. Peccato che questi geniali «reinventori» che a volte portarono il cavalletto nelle praterie, a volte le praterie le immaginarono solo nei propri studi pieni di tavole e colori, siano rimasti completamente sconosciuti a buona parte del pubblico europeo per tantissimo tempo, come se in America nessuno avesse impugnato un pennello prima degli Anni cinquanta.
LA MOSTRA
«La Mythologie de l’Ouest dans l’art américain 1830-1940». Al Museo di belle arti di Rouen sino al 7 gennaio. Poi la mostra si trasferirà a Rennes e a Marsiglia. Per informazioni: www.rouen-musees.com; catalogo coeditato da Silvana editoriale (Milano).