Nell’Occidente la vera sfida è sui princìpi

Margherita Boniver *

La vicenda delle vignette anti-islamiche soggiace fin dalle origini a una sapiente regia. Questo credo sia ormai chiaro a tutti. Il problema, ora, è comprendere quali siano le finalità di quest’operazione e come rispondere.
Non ci pare possa esserci dubbio sul fatto che il fondamentalismo islamico stia dimostrando una grande capacità di mobilitazione. I partiti religiosi estremisti sono presenti nelle periferie e nei quartieri popolari dei Paesi musulmani. Dove, facendo leva sull’indigenza di gran parte della popolazione, praticano un’«islamizzazione dal basso» in contrapposizione ai governi considerati «corrotti» e «servi dell’Occidente». Sono riusciti a infiammare le piazze più o meno negli stessi tempi e con le medesime modalità.
Per quanto riguarda i musulmani, il messaggio è: l’Occidente attacca la nostra religione, disprezza la nostra civiltà, ma è anche debole, incapace di difendere il proprio stesso territorio. Quest’ultima parte del messaggio riguarda soprattutto i musulmani immigrati, presso i quali si tenta di far passare l’idea che l’Europa possa e debba essere il nuovo obiettivo del jihad. Agli europei si vuole invece lanciare un segnale ancora più articolato. A mio avviso, si punta a mostrare come le libertà costituzionali, lo Stato di diritto e la democrazia siano incompatibili con l’Islam (e viceversa). Una tale incompatibilità, ovviamente, minerebbe alla base l’integrazione dei musulmani nei Paesi occidentali e renderebbe illegittime tutte le politiche di «esportazione» della democrazia, come quelle realizzate in Afghanistan e in Irak.
In questo modo si intende probabilmente spingere anche le componenti politiche più moderate verso posizioni anti-islamiche o genericamente favorevoli a forti strategie identitarie. Insomma, dietro gli scontri sulle vignette è probabile che ci sia il tentativo di scatenare il conflitto di civiltà, o quantomeno una sua parodia che apra scenari favorevoli a nuovi attentati terroristici e a un rafforzamento del qaidismo nel mondo islamico. Se le cose stanno così, allora occorre evitare di fare un regalo a Bin Laden (a chi per lui, qualora non fosse più vivo), accettando la logica della «guerra santa». Il ministro Calderoli, pertanto, ha compiuto un atto di grande civiltà e responsabilità dimettendosi dal governo. La maglietta da lui esibita non solo offendeva milioni di musulmani, ma offriva un pretesto alla piccola ancorché attivissima e agguerritissima minoranza integralista.
Ma al mondo islamico, accanto al segnale di responsabilità e di apertura, va dato anche un segnale di rigore e di intransigenza sui valori della civiltà occidentale. Bisogna essere chiari sul fatto che noi non rinunceremo mai ai principi della democrazia liberale e dello Stato di diritto. In base a questi principi, la libertà d’espressione è fatta per difendere non solo le idee che si condividono, ma anche quelle che ci appaiono molto riprovevoli. La prospettiva dello Stato etico va contrastata in tutte le sue espressioni, da quella islamica a quella comunista, da quella fascista a quella clericale. La scarsa determinazione su questi punti da parte nostra avrebbe effetti devastanti nei nostri rapporti con l’Islam. Gli ambienti più conservatori o radicali dell’immigrazione islamica avrebbero facile gioco a rafforzare i muri che già in parte circondano le loro comunità, soprattutto a discapito delle donne, che sono le principali vittime dell’integralismo. E inoltre non avremmo più titolo per sostenere le nazioni islamiche nella ricerca di propri percorsi verso la democrazia costituzionale e lo stato di diritto. Tutti i simboli religiosi vanno rispettati e occorre forse studiare il modo di conciliare il diritto di espressione con le legittime esigenze della sensibilità religiosa. D’altra parte, anche l’impegno in questo senso può essere sviluppato solo sulla base della premessa che mai e poi mai l’Occidente rinuncerà ai fondamenti della sua civiltà giuridica.
* sottosegretario agli Esteri