Nella Città Proibita non è proibito sognare

Daniele Abbiati

Bei tempi, quando gli occidentali non andavano in Oriente per comperare, vendere, conquistare, ma per amare, immaginare, imparare. Amare come il greco-irlandese e giapponese Lafcadio Hearn (1850 - 1904), giornalista, docente, esteta; immaginare come l'olandese Robert van Gulik (1910 - 1967), diplomatico e giallista che dall'epoca della cinese dinastia Tang, VII secolo dopo Cristo, riesuma e porta alla gloria della detective story l'onorevole magistrato Dee; imparare, e insegnare, come l'italiano Giuseppe Tucci (1894 - 1984), esploratore e storico delle religioni. Bei tempi anche quelli del francese Victor Segalen (1878 - 1919), letterato e quasi mistico indagatore dell'esotico. Basterebbero le sue Lettere di Cina inviate alla moglie all'inizio del '900, per captare la magia celata nel Celeste Impero. Ma se vogliamo coglierne tutto il senso dobbiamo immergerci in René Leys, ovvero, come sottotitolano le edizioni O barra O, L'incanto della Città Proibita, una storia in cui non sai mai dove finisca il romanzo e dove incominci il sogno, dove la storia ceda il passo alla fantasia.

«Beijing, 20 marzo 1911 - Dunque non saprò niente di più. Non insisto: mi ritiro... rispettosamente d'altronde e a ritroso, poiché così vuole il protocollo, e si tratta del Palazzo Imperiale; di un'udienza che non fu concessa, e non sarà mai accordata...». Sono le prime, non le ultime parole del libro: sigillo di ceralacca apposto a un fallimento che pure è stato una rivelazione. Il René Leys del titolo, figura ispirata al sinologo belga Charles Michel (1853 - 1920) e a Maurice Roy, è un diciottenne belga, appunto, che nella Cina imperiale giunta al tramonto fa da guida al Narratore, ovviamente francese, ovviamente rapito dal fascino di quel paese-continente-mondo che vive grazie al cuore pulsante della Città Proibita, lo scrigno che custodisce l'ultimo imperatore. Sì, proprio lui, Pu Yi, quello del film di Bernardo Bertolucci, il bimbo sovrano.

Segalen, pardon, il Narratore, s'è messo in testa di scoprire i segreti dell'immensa reggia, le trame degli eunuchi, le virtù delle concubine, la disciplina dei riti. E René lo asseconda e lo stuzzica. La rivolta dei Boxer è una ferita freschissima, ma non è nulla in confronto al passaggio epocale che s'annuncia, fra un reggente che non regge, un'imperatrice vedova indecifrabile, e quel Yuan Shikai pronto a trasformare l'Impero in Repubblica. Con gran dispetto di monsieur Segalen, uno che non voleva esportare la democrazia, ma importare l'incantamento del profondo Oriente.