Nella Pompei dei maya tra cacao, piante di mais e ossessione del tempo

da San Salvador
Una pannocchia è il reperto più stupefacente del museo di Joya de Cerén: la Pompeya Maya, la Pompeya de las Américas, come la chiamano in Salvador. Un sito archeologico scoperto per caso nel ’79, pochi chilometri a Nord-Ovest della capitale San Salvador. Gli scavi furono interrotti a causa della guerra civile, che fece 75mila vittime, il 2 per cento della popolazione. Nel ’92 fu siglato un accordo di pace e l’anno dopo il sito fu dichiarato dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità. La sua importanza consiste nel non essere importante: a Joya de Cerén ci sono soprattutto capanne di contadini, cocci, utensili, resti di pasti, fagioli, cacao. Umili cose che solo l’eruzione del vulcano Caldera, nel 600 d.C., ha permesso arrivassero fino a noi. Il sito è l’unica testimonianza sulla vita degli antichi campesinos maya che, senza lasciare traccia nella storia, alla terra tornavano dopo avere lavorato la terra per tutta la vita.
Solo l’8 per cento del sito è emerso: il suolo è friabile e gli scavi costano. Sotto una tettoia ci sono diversi insediamenti famigliari tipici, ciascuno diviso in tre piccole unità abitative distaccate una dall’altra: cucina, camera da letto e bottega. Ce ne poteva essere una quarta dedicata al bagno di vapore maya: il temazcal, che serviva per purificarsi prima del parto e delle cerimonie religiose. C’è un temazcal anche al «Decameron», villaggio turistico sul Pacifico vicino a Joya de Cerén. La spiaggia è lavica e punteggiata da sassi neri che sembrano appena eruttati dal Caldera. Il Salavador sta puntando sul turismo, per ora appannaggio dei surfisti americani. Da quest’autunno partirà un volo della Livingston, compagnia charter di Lauda Air: San Salvador-Malpensa, il primo collegamento diretto con un Paese europeo. L’Italia, Stati Uniti a parte, è il Paese dove vivono più immigranti salvadoregni, concentrati a Milano e dintorni.
Oltre alle capanne, a Joya de Cerén c’è un’acropoli, una sede politica. E la casa di uno sciamano. Paul Armaroli, archeologo californiano di origini italiane, guida i visitatori in un piccolo tour sotterraneo nell’acropoli facendo strada con una pila. «Qui - dice - ho trovato sepolto un ocelot, animale sacro». Nessun maya fu coperto dai quattordici strati di cenere che seppellirono Joya de Cerén. Oltre che vulcanico, il territorio salvadoregno è sismico e si avvertirono le scosse. Sono stati trovati resti umani, ma nessuno pietrificato. Come un teschio che apparteneva a un re. Lo si capisce dalla conformazione. I re maya avevano il triste privilegio di schiacciare la testa ai loro bambini perché assumesse una forma diversa dai comuni mortali. Dopo aver bevuto la chicha (bevanda alcolica ottenuta dalla fermentazione del mais) i re si bucavano la lingua e il pene e bruciavano il sangue fuoriuscito. Una forma di sacrificio che coinvolgeva l’elemento più prezioso (il sangue). Per ferirsi usavano l’ossidiana, vetro di origine vulcanica.
I maya non possedevano il ferro. Conoscevano la ruota perché conoscevano la cupola e l’arco che ne derivano. Ma non usavano la ruota. Conoscevano una scrittura evoluta, diversamente dagli altri popoli precolombiani inca, aztechi, toltechi, che imitarono nella pratica di sacrifici umani a Shipetotec. Con l’ossidiana scuoiavano le vittime (prigionieri di guerra). E il sacerdote, ubriaco di liquore di mais, indossava la pelle finché cadeva a brandelli simboleggiando lo sfarinamento della pianta sacra maya. Il 3 di maggio la sorte toccava alle vergini. Gli spagnoli sostituirono il rito con l’adorazione della croce di Shipetotec.
Tutto ai maya parlava del ciclo vita-morte: anche l’agricoltura, visto che seminare è seppellire un seme come un cadavere. Altre testimonianze del maggiore stadio evolutivo rispetto alle altre popolazioni precolombiane sono l’aritmetica, compreso il concetto di zero, e l’astrologia. Il loro anno zero fu il 3113 a.C. I maya determinarono con precisione i moti di Venere e i calendari per millenni. Pensavano che il futuro fosse ciclico. La loro storia s’interruppe con la scoperta delle Americhe. Si sarebbero stupiti della sopravvivenza che sfida l’eternità dell’umile villaggio di Joya de Cerén, e della millenaria pannocchia di mais. I maya erano ossessionati dal tempo.