Nella riserva di Osojane dove vivono segregati i "pellerossa" d’Europa

Si fa la spesa sotto scorta, i bambini fanno lezione solo se funzionano i generatori. Le autorità ostacolano gli aiuti internazionali. E i cristiani sono sempre più assediati

L’ospedale di Osojane ha solo cinque posti letto, un vecchio defibrillatore donato dall’Unione europea chissà quanti anni fa e poche medicine, mai quelle che servono. Eppure i serbi del piccolo villaggio vanno avanti così, come capita. A scuola si fa lezione solo quando c’è la luce, solo quando gli albanesi lasciano stare i generatori e non staccano la corrente per dispetto. A fare la spesa si esce poco, sotto scorta e a testa bassa.
In Kosovo il conflitto è finito più di dieci anni fa. L’Onu era intervenuta per garantire una convivenza pacifica tra i serbi e gli albanesi. Ma dal 1999, da quando cioè sono state deposte le armi, si combatte un’altra guerra, silenziosa, quotidiana, sottile. Fra civili. Una guerra fatta di mine anti-uomo nascoste nei campi concessi ai serbi dallo Stato, fatta di furti e di aiuti umanitari intercettati alla frontiera e dirottati altrove. Qualche settimana fa è stato condannato a un mese di carcere un serbo kosovaro del villaggio di Velika Hoca (a ovest del Kosovo) che si era rifiutato di ritirare la bandiera serba issata sulla sua auto. E ora la tensione aumenta: Pristina ha deciso di riprendere il controllo di due punti di frontiera con la Serbia e si è a un passo dal reciproco boicottaggio delle merci.
Durante la guerra i serbi venivano descritti come i «cattivi». Ora quelli che sono rimasti in Kosovo, per lo più donne e bambini, sono vittime costrette a vivere ghettizzate in enclave protette, circondati da popolazioni ostili e sotto il costante rischio di aggressioni. Eccole le nuove «riserve indiane» dei Balcani che resistono alla pulizia etnica e coraggiosamente restano gli ultimi avamposti cristiani in una terra a stragrande maggioranza islamica. Sono dei piccoli villaggi fatti di niente: le case cadono a pezzi, il riscaldamento non sempre c’è. Si va avanti con poco, spesso con il baratto di quei quattro ortaggi coltivati con le proprie mani. Si sopravvive. E ogni tanto si smette di sognare. Però non si va via e l’orgoglio serbo sopravvive, nonostante tutto. Nonostante si sappia di essere una minoranza nella propria terra e per di più sotto sorveglianza come in caserma. Nemmeno la lingua è la stessa degli albanesi e i bambini non giocano assieme, mai. Diversa pure la religione.
A dare una mano ai serbi delle enclave sono numerose associazioni culturali e di volontariato, tante italiane. Tra queste Comunità Giovanile (Busto Arsizio, provincia di Varese), che da anni è impegnata in azioni umanitarie e combatte contro le discriminazioni. Anche quelle dei popoli. Una delegazione di ragazzi del gruppo è partita per Belgrado con scatoloni pieni di giochi, cibo, computer e medicinali da consegnare alle famiglie serbe emarginate in Kosovo. «Far arrivare gli aiuti a destinazione - spiega Stefano Gussoni di Comunità Giovanile - non è stato affatto facile, soprattutto per i computer. Ci hanno bloccato per una notte intera per controllare il materiale che portavamo». Già, perché quella contro i serbi e contro tutti quelli che li aiutano è anche una guerra burocratica, fatta di cavilli inesistenti e di verifiche estenuanti sulla merce per scoraggiare gli aiuti e isolare ancor di più le enclave. Soprattutto se qualcuno vuole portare tra le baracche computer e connessioni Internet, ponte con il resto del mondo.
Il materiale portato a Osojane, Zac, Silovo e Zupce è stato raccolto in collaborazione con l’associazione «L’uomo nuovo» di Arco, in provincia di Trento. Tra gli aiuti che vengono e verranno inviati anche strumenti e attrezzi per l’agricoltura, veicoli adatti al trasporto di persone (scuolabus e degenti). Inoltre ci si pone l’obiettivo di fornire le risorse per l’inizio di progetti di sviluppo a sfondo agricolo, per portare le comunità serbe a creare l’autosufficienza alimentare ed economica delle famiglie delle enclave.
Oltre al cibo, alle matite colorate e alle medicine, i ragazzi di Comunità Giovanile hanno portato nei villaggi anche la speranza. Si sono offerti di pagare parte delle spese del viaggio di un gruppo folkloristico di danzatori del posto e li hanno invitati in Italia per uno spettacolo di balli popolari. Laggiù, oltre alle case, alle scuole e alle chiese, è stato distrutti tutto: anche i teatri, i centri culturali, le chiese, i luoghi di aggregazione. È stato distrutto il piacere dell’arte, della musica, del canto. O forse non proprio distrutto, solo dimenticato per un po’.