Nella Roma degli storici manca solo Schengen...

L'Urbe riuscì nei secoli a creare una compagine multietnica e cosmopolita. Oggi, sotto la pressione dei migranti, la sua politica è attuale. Ma viene riletta a partire dalle nostre paure

Tra i vari effetti delle migrazioni che stanno investendo l'Europa negli ultimi anni, per ampiezza un fenomeno epocale, c'è anche quello di farci leggere diversamente la storia. Persino quella classica. C'è un gran fiorire di studi sull'Impero romano e sul modo in cui l'Impero, e la Repubblica prima, riuscissero a gestire un contesto multietnico. Su come Roma sia riuscita ad espandere il suo dominio integrando culture diverse. Una sorta di ripensamento per cercare un modello che ci aiuti a gestire il presente di un'Europa che è sotto pressione.È stato appena pubblicato da Einaudi Roma: l'età repubblicana di Wolfgang Blösel (pagg. 265, euro 26). Sottotitolo: Forum ed espansione del dominio. L'autore insiste molto sulla vocazione militare dei romani e dà una lettura dell'espansione romana molto «vecchia» maniera. Il professore dell'università di Duisburg-Essen non nega la capacità dei romani di integrare i vinti. Però la sua visione classica è stata subito messa «sotto accusa», anche se in modo benevolo, sulle pagine della Lettura da Giovanni Brizzi, storico di vaglia dell'Alma Mater Bolognese. Il titolo dell'articolo è di per sé chiarissimo: Accoglienza, l'arma segreta di Roma. La tesi di Brizzi è che i romani siano riusciti a prevalere soprattutto per la loro capacità di inglobare le élite degli altri: «La Res publica viene dapprima sconfitta spesso sul campo, sia in singoli scontri (dai Volsci e dai Galli, da Pirro e da Annibale), sia in vere guerre... ma trionfa poi sistematicamente in virtù di strutture latu sensu politiche, in particolare grazie ai solidissimi legami che uniscono un senato in larga parte composto di Latini ed Etruschi, di Campani, Umbri, Sabini alle gentes d'origine». Brizzi ovviamente (...)(...) guarda al passato ma anche al presente. È da poco uscito un altro libro di un professore italiano che insegna negli Usa, Fabio Finotti: Italia. L'invenzione della patria. (Bompiani, pagg. 570, euro 28). Dedica molte pagine al mito di Enea, e l'Italia (romana) diventa «luogo di una nuova concordia tra popoli: quelli che stanno e quelli che vanno, gli indigeni e gli esuli». E anche qui il peso del presente si fa sentire.Ma la riflessione non è solo europea o italiana. È stato appena pubblicato Citizenship and Empire in Europe, 200-1900 (Franz Steiner Verlag, pagg. 261, euro 52), sottotitolo The Antonine Constitution After 1800 Years, testo curato da Clifford Ando, specialista dell'università di Chicago. Nel 212 d.C. l'imperatore Marco Aurelio Antonino (noto come Caracalla) estese la cittadinanza ai residenti liberi dell'impero. Quanto fosse ampio l'allargamento non è affatto chiaro. Le fonti dell'epoca non si dilungano. Tanto per dire, Cassio Dione (senatore di origine greca e che in greco scriveva, tanto per parlare di melting pot romano) vide nella faccenda un modo di far cassa con le tasse. L'atto ricevette più lodi a posteriori, come quella di Claudio Rutilio Namaziano. Attorno al 415 d.C. Namaziano fu costretto a lasciare Roma per occuparsi delle sue proprietà in Gallia distrutte dai Vandali (una «romanizzazione», la loro, forse meno riuscita). E nel poema De reditu suo l'editto si trasforma nel ricordo del bel tempo antico, quando esisteva il sistema di far convivere i popoli: «Delle diverse genti unica patria hai fatto; un bene è stato, pei popoli senza legge, il tuo dominio». E forse quel rimpianto di Namaziano, di fronte a un'Europa che stenta sotto la pressione di milioni di persone, si addice anche a noi. Basti dire che, sempre sulla Lettura, la Constitutio Antoniniana è stata ricordata da Livia Capponi così: La Schengen di Caracalla. Cittadini sì, ma non tutti uguali. E anche in questo caso lo sforzo di attualizzare è lampante.La rivisitazione degli effetti delle migrazioni arriva anche alle invasioni barbariche. Per rendersene conto basta un bel libro del medievista Claudio Azzara, I Longobardi (Il Mulino, pagg. 126, euro 11). Buona parte del volume si dedica a dimostrare quanto velocemente i longobardi ariani avessero sviluppato un percorso di acculturazione romano-cattolica, fondendosi con le popolazioni locali. Si privilegia la contiguità alla frattura. Ma alla fine, che ci si schieri con quelli che vedono il lato buono delle invasioni o il lato distruttivo, con chi vede la forza dei romani nelle legioni o con quelli che considerano fondamentali le inclusioni, ha senso schiacciare il tema sul presente? Come ha scritto Fritz Stern: «Lo storico deve servire due padroni, il passato e il presente». Ma a servire due padroni si rischia. E il rischio non è tanto alterare la storia, ma pensare di avere una ricetta da ripescare. La storia non torna mai. O almeno, e proprio parlando dei romani, la pensava così Francesco Guicciardini nei Ricordi: «Quanto si ingannono coloro che a ogni parola allegano e' romani! Bisognerebbe avere una città condizionata come era loro, e poi governarsi secondo quello esemplo; el quale... è tanto disproporzionato, quanto sarebbe volere che uno asino facessi el corso di uno cavallo».MSac

Commenti

Maver

Lun, 28/03/2016 - 11:55

E' l'ultimo colpo di coda del politicamente corretto. Questa visione della storia romana va bene per i fedeli della globalizzazione (perché di un credo religioso ormai si tratta). Queste ri-letture storiche infatti sono errate su più fronti: sostanzialmente non riescono (non possono) cogliere la vera essenza della Romanità (infatti, non citano mai il Mos Maiorum e non trattano del culto gentilizio legato agli avi). Errano sulla natura e sullo scontro-incontro con le civiltà barbariche le quali non possono affatto essere paragonate (per sostanziale diversità antropologica) alle attuali etnie e culture che migrano in Europa. Si finisce così per suggerire un parallelo tra le strategie di conquista e affermazione della Roma Antica e la politica diplomatica della Democrazia Cristiana. Risibile.