Nella satira dogmatica del cine-cabaret la fede è solo fanatismo

"Il peso delle religioni è devastante
per il progresso dell’umanità". Con questo assunto parte il
documentario di Larry Charles, <em>Religiolus</em>, in cui il comico
Bill Maher conduce un’inchiesta attraverso le tre principali
religioni monoteistiche<br />

Roma - Trent’anni fa poteva far sorridere la battuta di Woody Allen che sentenziava: «Dio è morto, Marx è morto e anch’io inizio a sentirmi poco bene». Oggi non più. Perché il sentimento religioso è fortissimo e diffuso. È questa la prima considerazione (la più spontanea) che viene da fare dopo la visione del film Religiolus di Larry Charles (da venerdì nelle sale italiane) nel quale il cabarettista americano Bill Maher va in giro per il mondo a interrogare uomini di fede sul significato ultimo non dell’esistenza ma del dogma religioso (qualsiasi esso sia). Le regole dello showbiz, però, parlano chiaro. Per far scintillare il sorriso negli spettatori l’interlocutore di Maher deve non solo essere uomo di fede, ma anche fervente fino al fanatismo e cieco fino a ignorare le più banali risorse della ragionevolezza. Se poi è anche un tipo pittoresco, il piatto si fa più sapido. Ecco che accanto a rappresentanti (poco rappresentativi, in verità) delle principali religioni monoteiste, Maher incalza uomini di Scientology o Jose de Luis Jesus Miranda, autoproclamatosi «nuovo messia». Fino a chiedere lumi anche al capo della chiesa dedicata alla cannabis.

Attraverso la grammatica del documentario il regista di Borat vuole confezionare una feroce critica del fanatismo religioso, sottolineando le incongruenze tra le Sacre Scritture e la scienza, e le similitudini dei culti religiosi (la vita e natura divina di Krisna, Mithra e Horus ricordano da vicino la parabola terrena del Cristo). Se gli autori di Religiolus ambiscono a scardinare i dogmi della fede, lo fanno però partendo da un assunto altrettanto dogmatico da rasentare l’intolleranza: «Il peso delle religioni è devastante per il progresso dell’umanità», che il comico butta lì con corriva nonchalance mentre gira tra le più improbabili Chiese della provincia americana in cerca di interlocutori pittoreschi.

Il film, confezionato con un uso eccessivo del montaggio analogico (da noi conosciutissimo grazie al televisivo Blob), non sfiora mai la serietà del tema. Se non in un isolato caso quando Maher chiede l’autorevole parere di padre Reginald Foster, già responsabile della Specola Vaticana. Il religioso non ha problemi a spiegare come si può conciliare fede e scienza. Ma è ovvio che la spiegazione non fa ridere e quindi si può saltare oltre, andando a cercare magari uno dei pochi rabbini americani antisionisti che ha partecipato alla conferenza negazionista organizzata nel 2007 da Ahmadinejad, presidente iraniano. «Il film - commenta Khalid Chaouki, rappresentante dei Giovani musulmani - alla fine ci fa un favore, perché indica chiaramente le devianze che conducono alla violenza e alla guerra santa». «Se voleva essere più incisivo - commenta Victor Magiar dell’Unione comunità ebraiche italiane - avrebbe dovuto affrontare i legami tra politica e religione. Così è solo un simpatico documentario».