Nelle urne di Napoli San Gennaro non s’è fatto vedere

Marcello D’Orta

Nel corso della sua millenaria storia Napoli ha conosciuto tutti i tipi di calamità naturali (compreso una sorta di tsunami, che fece giurare a Francesco Petrarca di mai più rimettere piede in città). Dal V secolo a.C. e fino al 1984 conto 41 eruzioni del Vesuvio, 20 terremoti, 18 epidemie, 6 carestie, oltre a nubifragi, formazioni di nuove terre, bradisismi eccetera. Come «antidoto» a queste catastrofi, o come rendimento di grazie, i napoletani hanno eretto nei secoli migliaia di edicole votive, che raffigurano per lo più la Madonna, Cristo, sant'Antonio da Padova e sant'Anna; altrimenti sono dedicate alle Anime del Purgatorio, il cui culto, da noi, è il più sentito al mondo.
Per proteggerci dai flagelli, abbiamo eletto sette patroni (di cui san Gennaro è il più famoso) e cinquantuno «ausiliari», assicurandoci il più numeroso collegio di avvocati esercitanti il gratuito patrocinio in cielo. A disgrazie, disastri, cataclismi e sciagure varie, i napoletani hanno sempre risposto portando le effigi di qualche santo in processione o facendo veglie di preghiere. Un episodio su tutti. Nel 472 ci fu una tremenda eruzione del Vesuvio; sulla città cadde una pioggia di cenere asfissiante, mentre un fiume di fuoco avanzava minaccioso. Il grosso della popolazione si rifugiò nelle grotte, di cui è ricca la città, gli altri trovarono scampo nelle catacombe dove erano conservate le ossa di san Gennaro. Qui, tra preghiere gemiti e lamenti, supplicarono il martire di intervenire. Gennaro non fu insensibile al grido di dolore. Improvvisamente l’eruzione cessò, e un vento improvviso portò la cenere lontanissima da Napoli, a Costantinopoli, per l'esattezza, città che aveva il... torto di non conoscere san Gennaro.
Quando non sono i santi ad entrare in gioco, è la forza di reazione della gente. Napoli fu l'unica città del vicereame spagnolo a ribellarsi all'Inquisizione (insurrezioni popolari del 1509, 1547, 1564); Masaniello guidò la rivolta della plebe (1647) esasperata dall’eccessivo fiscalismo; un gruppo di aristocratici e intellettuali capeggiati da Mario Pagano, Eleonora Pimentel Fonseca, Francesco Caracciolo e altri, con l’appoggio delle truppe francesi, si oppose alla dittatura borbonica, proclamando la Repubblica partenopea (1799), che tuttavia ebbe breve durata (meno di sei mesi); l'intera città insorse contro i tedeschi, respingendoli nelle memorabili Quattro Giornate (1943).
Ma c’è una calamità, una iattura, un Iliade di guai, un castigo di Dio sociale davanti al quale Napoli sembra impotente: l’egemonia politica della sinistra. L’onda lunga (vedete che si tratta anche di una catastrofe naturale) del ’93 non si ferma. Da allora è il centrosinistra che amministra la città, e non c'è san Gennaro, sant’Antonio o santa Rita che riescano a operare il miracolo, a farci la grazia. Gli è che i napoletani non li portano in processione, gli è che nessun Masaniello grida «Morte agli spagnoli, abbasso il malgoverno!», gli è che plebe, popolo e nobiltà son stati, di recente, tutti (o quasi tutti) d'accordo nel ridar fiducia a chi li ha amministrati una schifezza. Ma che mistero!
Ma poi, è davvero un mistero? Negli ultimi cinque anni è mancata una vera opposizione in Comune, l'aver voluto mettere al centro della campagna elettorale il tema della sicurezza - in una città dove moltissimi vivono di illegalità - si è rivelato un errore, la candidatura di Malvano era sbagliata, e l’astensionismo ha fatto il resto. Ma certamente ha vinto anche (o soprattutto) il voto clientelare, e come poteva essere altrimenti? In tredici anni di governo, tre quarti di Napoli è stata «sistemata» da Bassolino.
Visitando la mostra su Raffaello (in questi giorni a Palazzo Reale), Dario Fo ha detto una cosa giusta (anche se non era riferita alle elezioni): «I napoletani devono ritrovare l'indignazione. L'indignazione è una pulsione enorme, la non accettazione dei sistemi». Però, poi, è uscito sotto braccio a Bassolino.