Nemecsek, piccolo grande eroe

L’Orto botanico, le camicie rosse, le battaglie di sassi e grida. E poi soprattutto lui, Nemecsek, piccolo eppure così grande, delicato eppure così forte, unico soldato semplice in un esercito di tenenti e sottotenenti, capace di sacrificarsi e combattere fino in fondo per un’idea. Se ripenso alle letture della mia infanzia rivado lì, accanto allo straziante letto dove Nemecsek muore. Non ho mai saputo pronunciarlo quel nome. Però l’ho pianto un sacco.
E anche adesso che sui prati della via Pal (al centro del libro di Ferenc Molnar) hanno costruito enormi palazzi, anche adesso che di soldati semplici non ne nascono più, penso che in quella vicenda, forse retorica e un po’ banale, siano riassunti in sommario tutti i sentimenti della vita: i grandi valori e le piccole beghe, la nobiltà d’animo e la gretta gelosia, l’amicizia e la vigliaccheria, la fedeltà e il tradimento. E in mezzo lui, il mio eroe Nemecsek, capace di trasformare la sua debolezza in forza, la sua gracilità in potenza, la sua sconfitta in tragica vittoria.
Anche un piccolo soldato semplice, col suo coraggio, può ribaltare una storia. Forse, addirittura, può ribaltare la storia. E qualsiasi vita, anche se è breve, acquista valore se la si spende tutta dietro a ciò in cui si crede.
Me lo sono portato dietro quell’insegnamento quando sono partito dalla via Pal per i viaggi avventurosi, con Robinson Crusoe o con Gulliver, con Giulio Verne, con Robin Hood, con il Corsaro Nero e soprattutto con i mitici tigrotti di Mompracem, Sandokan, Yanez e Tremal Naik. E non me ne sono dimenticato nemmeno quando, abbandonate tigri e battaglie, dalla Malesia sono tornato molto vicino a casa mia, fra Santo Stefano e Canelli, e accanto alla malinconia della luna e dei falò mi sono accorto che stavo diventando grande.