Nessuno tocchi le leggende della Resistenza

Ruggero Guarini

Può uno studioso della Resistenza applicare al suo argomento l’occhio perverso del voyeur? Il problema è stato sollevato da quello storico piemontese, il professor De Luna, che giorni fa, sulla Stampa, ha praticamente denunciato un suo collega, il professor Luzzatto, per vilipendio della Resistenza. Giudizio a suo parere motivato dal fatto che Luzzatto, in un suo scritto sulla figura del grande giurista Pietro Calamandrei, si è permesso di ricordare che questi, pur essendo stato sempre celebrato come un eroe della guerra partigiana, in realtà non solo non vi svolse nessun ruolo, ma all’epoca nutrì anche forti dubbi sulla sua opportunità.
Queste sono circostanze assolutamente inoppugnabili. Ma al professor De Luna sembra vergognoso che Luzzatto abbia osato divulgarle. Dal che sembra lecito dedurre che egli ritiene criminoso ogni tentativo di sfatare, mediante la rivelazione di dettagli sconvenienti, qualsiasi grande o piccola leggenda resistenziale. Ragion per cui non ha esitato a svergognare il collega accusandolo di aver ceduto «alle lusinghe di quella storiografia del passato che oggi rischia di trasformare lo storico in un maldestro guardone, pronto a occhieggiare dal buco della serratura». Parole in cui non si sa se convenga ammirare di più il vigore dei concetti o l’eleganza dello stile.
Se uno storico possa o non possa essere anche un guardone è un argomento sul quale esistono, da sempre, due opposte scuole di pensiero. La prima risponde sì: lo storico, se vuole essere davvero serio e sagace, non solo può ma addirittura deve manifestare la curiosità e il talento di un guardone. La seconda invece dice no: lo storico serio non deve e non può, soprattutto quando si tratta delle vite degli uomini illustri, ridurre la Storia a pettegolezzo. Quale delle due scuole è nel giusto e quale invece è nel torto?
Sembra lecito supporre che solo un rappresentante della storiografia più bacchettona potrebbe sottrarsi al dovere di onorare lo spirito del gossip riconoscendogli, insieme al diritto di contribuire al successo delle cronache mondane, anche quello di concorrere alla determinazione del giudizio sui grandi eventi e i grandi personaggi della storia. Conviene in ogni caso ricordare che la scuola che riconosce il potere rivelatore del pettegolezzo, benché possa sembrare la più frivola, può tuttavia contare sull’adesione di non pochi famosi cervelloni. Fra i quali è doveroso ricordare innanzitutto Pascal. Dal cui celebre aforisma sul naso di Cleopatra (del quale disse che se fosse stato più corto l’intera faccia della terra sarebbe cambiata) si può agevolmente dedurre che egli pensava che dei grandi fatti della storia non si capisce un cavolo se non si tiene conto anche e forse soprattutto di quei fattori la cui importanza, come nel caso delle conseguenze epocali scaturite dall’effetto che quel naso fece prima su Giulio Cesare e poi su Marco Antonio, può essere riconosciuta soltanto da storici e narratori che non siano del tutto insensibili al potere rivelatore di quei dettagli che sono giudicati abitualmente materia di pettegolezzo.
Anche la seconda delle due scuole ha comunque dalla sua legioni di cervelloni. Quasi tutti appartenenti, come il professor De Luna, ai famosi battaglioni Rav (Resistenza Armata alla Verità).
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