NEW YORK 1881 Ritratto della Mela non ancora Grande

Preconcetti sul capitalismo, ammirazione per l’efficienza dei poliziotti e dei pompieri

Non sarà stata ancora la Grande Mela, e tuttavia s’impose agli occhi di un giornalista milanese, Ferdinando Fontana - che vi sbarcava nel 1881, per farne materia di un reportage - come una metropoli incomparabilmente fantasiosa e varia. Meglio che giornalista, dovremmo dire poligrafo, per Fontana (1850-1919): la sua scheda, accanto ai dati di un’esistenza irrequieta, registra fra l’altro commedie e versi - specialmente in dialetto -, antologie di poeti meneghini e un’edizione delle opere di Carlo Porta. Si aggiungano due libretti per Giacomo Puccini (Le Villi e Edgar), mentre nel 1888 la curatela di una miscellanea, Il ventre di Milano, coniuga una posizione tipicamente «scapigliata» con le istanze del socialismo, al quale Fontana aveva aderito fin dal 1876. È del 1878 un appassionato Canto dell’odio che spiacque ai professori ma che Filippo Turati lodò per la prontezza con cui replicava allo spirito super partes del carducciano Canto dell’amore, pietra tombale sugli antichi ardori giacobini del poeta.
A New-York (si usava ancora la forma col trattino), Fontana approda con un bagaglio ideologico - anticapitalistico e antiborghese - tale da fargli supporre che non dovrà se non verificarne in loco la fondatezza. Presume insomma di saperne già abbastanza, su quella città mostruosamente votata al trionfo del business, dei dollars, e dove la frenesia del consumo e l’ossessiva proliferazione della réclame impediscono agli uomini di riflettere sul quanto e sul come la loro dignità si perda, travolta da quegli infernali meccanismi. Non v’è dubbio che, in parte, le cose stiano proprio così; ma nel guardarle più da vicino, giorno per giorno, emergeranno anche lati positivi, “stranezze” che sanciscono il divario tra l’Europa e l’America ma non di rado a vantaggio del nuovo continente.
Pubblicato in volume nel 1884 e ristampato nel 1893, il reportage di Fontana viene riproposto adesso a cura di Giuseppe Iannaccone (New-York, Salerno editrice, pagg. 225, euro 12). È un libro che raccomanderei tuttora, a chiunque si rechi a New York per la prima volta, o si accinga a tornarvi. Pagine cariche di figure, di spettacoli di realtà: chi le scrisse maneggiava magistralmente la penna e, pur non abdicando al proprio radicalismo ideologico, si disponeva - coscienzioso reporter - a misurarsi con qualunque altro o alternativo modello le circostanze gli offrissero. E dunque, se il penoso concentramento dei neo-emigrati nel Castle Garden (Ellis Island sarebbe subentrata di lì a un decennio) risponde alle più crude previsioni, già in quel sofferente e ripugnante hortus conclusus spiccano i gesti di pietà degli addetti alla custodia del miserabile recinto.
Fuori, i fumi che salgono dai sottosuoli, gli oleosi vapori e fetori che Fontana percepiva nel 1881 son quasi gli stessi che salutano e accompagnano a New York il turista dei nostri giorni; e ciò valga anche per l’impressionante traffico di superficie, allora demandato a carri e carrozze (in più, esiste la sopraelevata, sembrando per allora non praticabile, a causa della conformazione della penisola di Manhattan, la scelta del métro come a Londra e a Parigi). Ma qui intervengono i nerboruti angeli custodi chiamati policemen, che di colpo bloccano il passaggio ai veicoli aiutando i bambini e i deboli ad attraversare la strada. Parimenti, oggetto di ammirazione, per le plurime incombenze cui attendono, sveltissimi e senza uno sbaglio, sono i guidatori delle vetture pubbliche. Molto più bravi dei nostri. New York, città delle meraviglie. E delle specializzazioni. Fontana tende all’icastico, si diverte e diverte. L’apice dello stupore è nella descrizione di una delle più ardue imprese dei pompieri, ininterrottamente all’opera in una città fabbricata per lo più in legno. Professionisti impeccabili, eroi dell’evo moderno, l’organizzazione a cui i pompieri fanno capo dà dei punti a quelle europee.
Nel percorrere i quartieri newyorkesi, Fontana deduce e raccorda sagacemente. In Broadway, andando verso nord, ravvisa i segni del graduale avvicinamento alla zona nevralgica degli affari, al «punto più fastoso», dove tra banche, botteghe e uffici innumerevoli resiste solamente «una vera casa, isolata, in mezzo a un po’ di tappeto verde» (i proprietarî non hanno mai accettato di venderla). Più in su, ecco una serie di modeste casette di legno, e poi enormi ma non indecorosi caseggiati. Lì vivono quanti hanno investito in quegli edifici le loro liquidazioni; ora, nei pressi di un finto parco all’inglese, «in un’aria di riposo perenne e solenne», trascorrono il crepuscolo delle loro vite.
Com’è naturale, a New York Fontana era stato inviato - da L’Italia di Milano - per documentare la condizione dei nostri emigrati, che ammontavano ormai a centinaia di migliaia. Subito, al Castle Garden, si distinguono da quelli di altre nazionalità. Siamo palesemente fra i più poveri - solo gli irlandesi paiono conciati peggio -, ma non tutti gli italiani sono della stessa pasta: i meridionali, sventuratissimi tra gli sventurati, imboccano con più facilità la falsa scorciatoia della malavita, usando magari il «terribile coltello». Alcuni invece lucidano le scarpe altrui: ma è una vista amara, anzi offensiva per Fontana, quella di un compatriota che le sta lustrando a un negro, ossia all’esponente (uno fortunato: veste bene e fuma il sigaro!) di una «razza che non ignora il disprezzo in cui è tenuta ma vi si adattò da gran tempo e con quasi nessuna riluttanza».
È naturale che, a bilanciare gli esempi di degradazione, l’epilogo del reportage suoni d’incoraggiamento, esortando il governo di Roma perché faccia di più in favore dei nostri emigrati. Fontana celebra i non pochi italiani che in America si sono affermati: commercianti di frutta e ristoratori, finanzieri e agenti di viaggio, filantropi e impresarî nel campo dell’arte... Bei fiori all’occhiello: conforto all’autore e, in auspicio, ai suoi lettori. Da giornalista di rango, che ha già conosciuto Berlino, Parigi e Montecarlo, Fontana intuisce i meriti di un grande Paese, di una società per più versi criticabile ma anche da elogiare per come «guarisce il morale» ai molti che in Europa delinquono «soltanto per mancanza di lavoro». Ad essi l’America «porge» infatti «un seno meno matrigno \ sia consentendo loro una lotta per la vita meno difficile, meno angariata da formule e pregiudizî, e più consentanea per giunta al loro temperamento eccessivo, tanto da rimetterveli a nuovo, galantuomini in pochi mesi». È un’opinione del 1881, che però serba ancora oggi una sua essenziale validità.