New York ospita i «Signori della Creazione»

Fino al 10 settembre al Metropolitan Museum una grande rassegna dedicata alle origini dei regni sacri

Èancora possibile fare esposizioni antologiche sulle culture extraeuropee? Osservando le ultime mostre sui Maya organizzate negli Stati Uniti verrebbe da rispondere con un secco «no». Certo, tutto è sempre possibile e di iniziative di basso profilo è pieno il mondo. Tuttavia sembra significativo che nel Paese che ha il maggior numero di mayanisti e di missioni archeologiche nell’Area Maya sia emersa la consapevolezza che i Maya sono abbastanza noti per proporre le solite mostre onnicomprensive che, presentando sempre gli stessi contenuti, finiscono per dare l’impressione di una minestra riscaldata.
Significativamente, dopo «Courtly Art of the Ancient Maya», l’esposizione che nel 2004 aveva messo in evidenza la vita alle corti delle città maya, l’ultima iniziativa su questa cultura ripropone un taglio trasversale e monotematico. Si tratta di «Lords of Creation. The Origin of the Sacred Maya Kingship», una grande mostra itinerante che, dopo essere stata al Los Angeles County Museum of Art e al Dallas Museum of Art, è ora al Metropolitan Museum di New York fino al 10 settembre. La rassegna presenta un tema, la divinizzazione dei re maya e il loro ruolo nella reiterazione dei miti cosmogonici, fondamentale ma poco frequentato e ancor meno capito. Ma, in questo caso, oltre al contenuto c’è un altro elemento che la caratterizza, un elemento che è uno degli indicatori della qualità di un’esposizione: la ricerca di pezzi nuovi e mai esposti.
Per trovarli, le curatrici Dorie Reents-Budet e Virginia Fields (la prima è una mayanista di primo piano che nel 1994-95 aveva organizzato la fondamentale mostra «Painting the Maya Universe»), si sono rivolte a 39 istituzioni, scegliendo sia tra quanto hanno restituito le più recenti campagne di scavi in città come Calakmul, Cival, Copan, Tikal e Teotihuacan, sia tra il repertorio dei pezzi poco noti di grandi centri come il British Museum o il Museo Nacional de Antropología di Città del Messico, sia in musei di provincia. In totale sono presentati circa 150 pezzi dalle forme e dai materiali più diversi (stele in pietra, terrecotte dipinte, ossi incisi, «eccentrici» in selce, sculture lignee, specchi di ematite, trombe di Strombus ecc.), che danno vita a un intrigante percorso.
Il risultato di questo taglio particolare è una mostra sorprendente e innovativa, che si articola in dieci unità che mettono in evidenza il ruolo e le funzioni dei re, dall’origine della sacralizzazione dei lignaggi reali ai rituali che i sovrani dovevano compiere per evitare il collasso del cosmo, dai paraphernalia usati nelle cerimonie alle raffigurazioni degli stessi re e delle divinità di cui erano personificazioni. Due le sezioni più interessanti: sulla politica estera e sulla scrittura maya.
Nella prima si presenta un quadro completo e nuovo dei rapporti tra i Maya e Teotihuacan, la grande metropoli dell’Altopiano Centrale, che ebbe un ruolo decisivo nella storia di Tikal e di Copan (i lignaggi reali delle due città vantavano ascendenze teotihuacane) e si presentano per la prima volta i reperti maya ritrovati nella Piramide della Luna nel 2004, a riprova del fatto che le influenze culturali andavano nelle due direzioni e che a Teotihuacan c’era anche una presenza maya piccola ma importante. Nella seconda si ricostruisce il rapporto tra la scrittura maya e quelle delle precedenti culture del Preclassico e si mette in evidenza come la prima, una volta acquisita la capacità di rappresentare suoni sillabici e morfemi grammaticali, fu utilizzata in modo così pervasivo come strumento di legittimazione dei re da apparire legata al sistema politico che ne esaltava la figura a scapito della funzione. Così, quando alla fine del Classico, verso il 900 d.C., crollò quella particolare forma di monarchia che poneva il sovrano al di sopra della sovranità e il re ritornò ad essere un semplice primus inter pares che veniva eletto o scelto tra i più idonei del lignaggio reale, la scrittura subì un drastico ridimensionamento.
Coerentemente col taglio della mostra, il percorso espositivo non presenta pezzi famosi e non concede nulla a impostazioni estetizzanti. Tuttavia sarebbe sbagliato pensare che manchino grandi opere d’arte perché, accanto a pezzi che hanno una prevalente funzione di documentazione etnografica e archeologica, sono esposti reperti di grandissimo impatto, che da soli valgono un viaggio a New York: la Stele 11 di Kaminaljuyu, le ciotole con manici raffiguranti eleganti cormorani stilizzati, il celeberrimo vaso per il cacao di Rio Azul e i tripodi di stile Teotihuacan ritrovati a Copan.
Qualche perplessità suscita, invece, il catalogo che se da un lato vanta rigorosi testi i quali, secondo lo stile Usa, fanno quasi ombra al catalogo vero e proprio, dall’altro include anche alcune opere non esposte e lascia senza adeguate didascalie molti pezzi di primo piano. Considerando che non è la prima volta che, al di là e al di qua dell’Atlantico, si fanno cose del genere, sembra doveroso invitare gli editori a restare fedeli alle regole di una tradizione che ha fatto di queste pubblicazioni un preziosissimo strumento di lavoro per gli specialisti e un’opera da conservare gelosamente per gli amanti dell’arte.