Newseum la cattedrale dei media

A Washington è stato da poco aperto il «tempio» della memoria giornalistica. Dal caso Watergate ai pezzi del muro di Berlino ai frammenti delle Twin Towers: tutto quanto fa cronaca. E anche storia

da Washington
È una cattedrale. No, un luna park. Un museo, oppure un mammuth pubblicitario. O una scommessa edilizia, uno scrigno o un mausoleo. L’hanno chiamato in molti modi lo strano gigante che hanno appena inaugurato nel centro monumentale di Washington. La sua denominazione ufficiale è un gioco di parole: Newseum. News più museum. A voler scomodare D’Annunzio e il suo Vittoriale, si potrebbe tradurre con Notiziale. Invece che sul lago di Garda, l’hanno allestito sulla Pennsylvania Avenue, accanto alla Casa Bianca e alla cupola del Campidoglio. Come dire: proprio vicino ai centri del potere. Proprio mentre in Italia Grillo mette sotto accusa la casta dei giornalisti, l’America li celebra, quasi li consacra.
Sette piani di acciaio, cemento e cristallo, finestre luccicanti e vuote, un atrio a metà strada fra un duomo e una caverna. All’ingresso una grande lastra in marmo del Tennessee con intagliate le quarantacinque parole del Primo Emendamento alla Costituzione americana, quelle che promettono al cittadino e vietano allo Stato: proscrivere un culto o farne una religione di Stato, limitare la libertà di parola o di stampa, il diritto dei cittadini di radunarsi in assemblea e protestare contro il governo... Lo stesso messaggio ripetuto, dentro, in 23mila metri quadri di esposizione, 15 auditorium, 14 gallerie, due studi televisivi, un ristorante su tre piani, un gran numero di postazioni interattive che lo spieghino meglio della definizione ufficiale: è un museo della stampa e dell’informazione, del giornale e dunque del libro, in definitiva della parola.
A DIFESA DELLA LIBERTÀ
Concepito in difesa della libertà ma con la convinzione che la libertà può e deve essere «divertente. Le notizie contano, le notizie sono fun, le notizie sono cool». «Non offriamo - ripete il presidente del Newseum, Alberto Ibarguen - una sgridata né una predica, ma un colloquio interattivo...». Interattivo è la parola che ascolta e legge più di frequente il visitatore, da quando mette piede nell’atrio a quando si infila in ascensori così larghi da contenere ciascuno un minibar, a quando entra nell’«esperienza di viaggio nel tempo a quattro dimensioni». Viene per ricordare e apprendere, ma soprattutto per divertirsi. Per giocare, fra l’altro, al giornalista, e dunque prevalentemente - di questi tempi - al reporter televisivo. Un bottone e si apre uno schermo su uno sfondo della cupola del Congresso o del prato della Casa Bianca, scatta una telecamera, uno ci parla, dice la sua, si comporta da commentatore serio o clownesco, poi istantaneamente si ascolta, si vede, in genere si compiace, qualche volta, se è giovane, pensa che questo sia il primo passo dentro una professione.
Cattedrale o luna park? Alla gente, in genere, piace. Finora ha attirato cinquemila visitatori al giorno. Gli equivoci e le contaminazioni di genere sono spesso una ricetta sicura per il successo. C’è qualcuno che tenta di disturbare la festa. Uno scrittore fino come Henry Allen della Washington Post (in un’Italia d’altri tempi sarebbe stato un grande elzevirista) mette il dito sulle incoerenze e sulle insufficienze: «Se volete sapere come funzionano i giornali, fate meglio a guardarvi i cartelloni pubblicitari di Superman e del suo Daily Planet. Non c’è niente nel nostro mestiere che richieda uno spazio da museo, così grande poi. Il giornalismo non produce dei missili Pershing II o degli elefanti impagliati. Allora per riempire questa specie di Taj Mahal delle notizie si sono dovuti inventare intere categorie di fatti e artefatti, fare dei feticci di oggetti in sé insignificanti».
Non in ogni caso: siano o no manufatti del giornalismo, si guardano con interesse la porta dell’ufficio del Watergate da cui entrarono le spie nella sede del Partito democratico dando origine allo scandalo che portò alle dimissioni del presidente Nixon negli anni Settanta, e ancor più le gigantesche schegge del defunto Muro di Berlino completi di una torretta di guardia per i Vopos lungo la «striscia della morte». Incuriosiscono gli occhiali appartenuti al collega Mark Kellogg della Bismarck Tribune, che accompagnò i soldati del generale Custer al fatale appuntamento del Little Big Horn e, a voler essere generosi, un camioncino a quanto pare usato dai reporter durante l’assedio di Sarajevo o un ex «elicottero della stampa» testimone di chissà quanti disastri, naturali e umani. Possono commuovere i resti dell’antenna di trasmissione di una delle Torri Gemelle di Manhattan, che cessò di funzionare l’11 settembre 2001.
COME UN MAUSOLEO
Ma la storia della notizia è una storia di reliquie? In questo caso museum farebbe davvero rima con mausoleum. Il futuro del business dell’informazione non è dei sereni e luminosi. Lo ammettono anche i promotori. I modi di portare al pubblico le news cambiano e non sempre per il meglio. La notizia si confonde sempre più con lo spettacolo e la famiglia Simpson è più conosciuta delle Cinque Libertà fondamentali. Anche nel Newseum si respira l’atmosfera della nostalgia per una professione fino a ieri fiorente e che oggi sente di doversi cercare un riparo al trascorrere del tempo e della memoria.
Qualche motivo per farsi coraggio c’è, ma non sono notizie fresche. Sono riflessioni. Non tutto ciò che cambia, cambia davvero. Le innovazioni più travolgenti possono anche riportare alle origini. Quelle della carta stampata sono nel libro, nella sua struttura chiusa da cui molto più tardi si sarebbero staccati i fogli sciolti ed effimeri che chiamiamo giornali. E il libro cambia. Dicono gli esperti che la lettura è l’ultima forma di comunicazione che non sia stata ancora digitalizzata. Ma il mutamento è in corso, il libro elettronico è già una realtà.
L’Università di Oxford sta compilando un «volume» che includerà tutti gli scritti di 3.800 autori del XVIII secolo più tutto ciò che è stato scritto su di loro: Jefferson, Rousseau, Voltaire, tutto l’Illuminismo minuto per minuto, compresso in un documento. Si aprirà e si leggerà. Anzi, si cancellerà a poco a poco la distinzione stessa fra leggere e scrivere. Uno scrittore può già continuare a cambiare la forma, il finale e qualsiasi parte gli piaccia di un suo saggio o romanzo. Nel caso di un giallo, può cambiare idea e ogni sei mesi trovare un nuovo assassino...
Si possono ancora chiamare libri? È questione di parole, ha spiegato fra gli altri Bill Gates in quello che potrebbe essere il più autorevole epitaffio dell’«era di Gutenberg». «Prima di morire - ha detto una volta - spero di raggiungere il mio traguardo più ambizioso: mettere fine all’uso della carta e, dunque, dei libri». Il rischio è reale. Nessuna guerra, neppure gli Evi Bui, ha messo tanto in pericolo la carta stampata fin dal giorno, forse, in cui l’uomo cominciò a scrivere e quindi passò dalla Preistoria alla Storia. I nuovi media tendono infatti per la loro essenza a relegare su un piano secondario le parole rispetto alle immagini, dal momento che le immagini sono il loro linguaggio primordiale. I pessimisti, o i pensosi, vedono una società futura piena di computer e di speakers in cui i libri divengano ciò che l’alchimia divenne una volta sbocciata l’età della fisica: un uso relegato nelle catacombe per una minoranza isolata e nevrotica.
RICORDI EGIZI
Ma non è detto che vada proprio così. Se non altro perché il libro è robusto. Lo dicono degli scienziati delle nuove comunicazioni: è un oggetto splendidamente disegnato, infinitamente utile, durevole come nessuno, molto di più di un hard disk, anche se è stato inventato più di cinquecento anni fa. Tutto ciò che richiede per funzionare è che lo si tenga a dieci o dodici centimetri davanti agli occhi in modo da farlo comunicare con quella parte del cervello che è uno «scanner ad alta risoluzione»: può identificare cinque bersagli e si sposta da un bersaglio all’altro in venti millesimi di secondo. Il libro si è evoluto: dal papiro alla pergamena, ai rotoli, ai codici. E più è antico, più lo leggiamo.
Per esempio le tavolette in argilla solcate dai segni cuneiformi nella biblioteca fondata nel VII secolo avanti Cristo da Assurbanipal, re d’Assiria, un pezzo di quella terra che oggi si chiama Irak. Sono molto più resistenti e durevoli di qualsiasi fibra elettronica. Il fuoco divorò i tesori delle altre biblioteche, a cominciare da quella di Alessandria. Ma non quelle tavolette. Quando i musulmani conquistarono Alessandria nel 640 dopo Cristo decisero che tutti i libri che non fossero il Corano erano inutili o dannosi e li gettarono nel fuoco. Le caldaie ne furono alimentate per settimane, ma il fuoco, aggredendo l’argilla la rese soltanto più dura e indistruttibile.
Non so se Bill Gates ci abbia riflettuto, ma l’architetto del Newseum sì. Cattedrale, luna park o mausoleo, esso contiene fra l’altro una tavola sumera intitolata «Notizie» e una statua di Thoth, divinità egiziana, Dio della parola e della scrittura.