Nigergate, la procura chiude la spy story

Claudia Passa

da Roma

Si avvia a conclusione la spy story legata al caso Nigergate. E con essa la versione italiana di uno dei capitoli più avvelenati della campagna d’Irak e dell’infinito braccio di ferro sulle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein. La Procura di Roma sta procedendo per l’archiviazione dell’inchiesta sul falso dossier relativo al presunto tentativo dell’ex raìs di Bagdad di acquistare 500 tonnellate di uranio grezzo dal Niger alla fine degli anni ’90. Il dossier, che doveva essere la «pistola fumante» dell’amministrazione Bush, s’è rivelato in realtà un «bidone» che si sospetta esser stato confezionato - per il tramite di un ex collaboratore del Sismi - dai servizi segreti francesi per indebolire l’immagine e la politica americana.
Dopo due anni si chiude così il fascicolo d’indagine aperto dal pm Franco Ionta nel luglio 2003 a seguito di indiscrezioni della stampa anglosassone su un presunto coinvolgimento dell’Italia nella propalazione delle false informazioni alla base dell’intervento militare in Irak.
Se negli Usa la bufera che ha travolto Bush ha riguardato presunte segnalazioni ignorate dalla Casa Bianca sull’inattendibilità delle notizie, nel nostro Paese il caso è deflagrato quando nel circo mediatico ha fatto ingresso Rocco Martino, un free-lance dello spionaggio, ex carabiniere, ex agente del Sid, collaboratore dei servizi segreti transalpini. La bomba è scoppiata allorché la stampa americana (e in parte anche quella italiana) ha tentato di accreditare l’ipotesi che dietro il falso dossier – transitato a Washington attraverso l’ambasciata di via Veneto - potesse esserci addirittura lo zampino dei nostri 007, e di rimando del governo.
Le accuse nei confronti del Sismi hanno iniziato a sgonfiarsi nell’estate del 2003 quando, dapprima il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e poi la stessa amministrazione americana hanno seccamente smentito che il governo italiano, e men che meno il Sismi, avessero girato agli Usa la «bufala» sull’uranio di Saddam. La documentazione proveniva sì dall’Italia, ma da una «fonte privata» (il settimanale Panorama) che altrettanto privatamente l’aveva consegnata non a Palazzo Chigi, non a Forte Braschi, ma solo all’ambasciata Usa di via Veneto, nell’ottobre 2002, perché ne verificasse l’attendibilità.
Al settimanale non ne hanno saputo più nulla fino a quando il Sunday Times, nell’estate del 2004, rintraccia e intervista Rocco Martino – nome in codice «Giacomo» – che aveva ottenuto il dossier-uranio da un funzionario dell’ambasciata nigeriana a Roma e l’aveva girato prima ai Servizi francesi (con i quali collaborava) e poi ad una giornalista del settimnale italiano. Dopo l’intervista, l’ex 007 sparisce nel nulla, nel mentre sul tavolo del pm Ionta finiscono le foto scattate dal Sismi che ritraggono Martino in compagnia di agenti francesi. Martino ricompare qualche giorno più tardi, e in un’altra intervista, stavolta al Giornale, riferisce ciò che poi dirà al pm. Cioè, che ad orchestrare l’intero affaire sarebbe stata proprio la sofisticata regia dell’intelligence parigina, ostile all’intervento in Irak e decisa a screditare con una clamorosa «bufala» gli Stati Uniti e i loro alleati.
L’avvocato Giuseppe Placidi, difensore di Martino, non può non dirsi felice dell’esito. «Era scontato che dovesse finire così. Si è alzato un gran polverone e a dimostrazione che il mio assistito non è quel mostro che è stato dipinto, c’è che non è stato nemmeno mai iscritto nel registro degli indagati. Segno che per la magistratura le sue affermazioni sono risultate credibili».
Ma se per l’Italia il caso si avvia a conclusione, molte ombre restano sul doppio ruolo giocato dall’intelligence di Parigi che nell’Irak di Saddam aveva molteplici interessi economici, che da sempre esercita la sua influenza sulla Nigeria e che, proprio nella capitale Niamey, vanterebbe da tempo una collaudata base operativa.

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