Nilla Pizzi: "Sono come una bambina impaurita"

La vincitrice della prima edizione ha cantato "Grazie dei fiori" in duetto con Carmen Consoli

Non fosse che si sa, i suoi novantun anni mica li dimostra. Riservata, sì. E meno scoppiettante, ovvio. Però identica. Nilla Pizzi è arrivata a Sanremo, nella sua Sanremo, nella tarda mattinata, Hotel Royal, ça va sans dire, quello lassù dietro il Casinò. «Sono felice di esser ritornata». La prima volta che arrivò qui era il 1951, lei aveva neanche 22 anni, qualche brano famoso anzichenò come Ciliegi rosa, Che bel fiulin, Nulla. Vinse con Grazie dei fiori, la stessa che ieri sera, sessant’anni dopo quasi esatti, ha cantato con Carmen Consoli sul palco dell’Ariston, mica quello del Teatro del Casinò, piccolino piccolino. È salita in scena come una regina, vestita di rosa antico e naturalmente pizzi, un cappottino che scendeva fino a uno strascico lungo cinque metri. Ricamate sopra: alcune rose rosse e una colomba perché lei, ebbene sì, alla fine della sua apparizione ha pure accennato a Vola colomba. Quand’è arrivata all’Ariston, pomeriggio tardi, ha detto che sembrava «una bambina impaurita».
Nilla Pizzi. 91 anni.

L’unica nella storia a essersi piazzata ai primi tre posti del Festival (già, 1952) e l’unica che l’ha addomesticato, il Festival, rimanendo lei la più forte. Nilla Pizzi è il simbolo di un’Italia che è sopravvissuta a se stessa, uscendo dalla guerra e rinascendo subito dopo. E fin qui siamo tutti d’accordo. Ma è, questa donna che per amore dimagrì fino a diventare un grissino (lasciò Gino Latilla e lui tentò di suicidarsi), il simbolo di quei valori che a tanti, tantissimi ha fatto piacere svillaneggiare fino a ieri. Tanto per cominciare, lei è stata una cantante dialettale senza parlare nessun dialetto preciso - lei bolognese che a vent’anni era già cosmopolita e a trenta aprì un night ad Acapulco. E poi è una che si è fatta da sola e se qualche tempo fa Mina, sulla Stampa, ha scritto che «ho imparato molto dalla sua voce, ed è giusto ammetterlo, finalmente», qualcosa vorrà pur dire. Ed è il «finalmente» il punto della questione. Spazzata via dall’ondata beat, derisa dal ’68, negli anni Settanta Nilla Pizzi è diventata l’archetipo da abbattere, l’espressione del bel canto di cui, se non vergognarsi, quantomeno ridere. Sei come Nilla Pizzi. Che pizza la Pizzi. Questa è stata l’Italia degli anni Settanta e poi anche dopo perché certi luoghi comuni sono duri a morire e resistono anche quando sono ormai sottoterra. Perciò lei ha girovagato un po’ per qualche edizione del Festival di Sanremo, persino nascondendosi dentro Squadra Italia nel 1994 con Gianni Nazzaro, Jimmy Fontana, Wilma Goich e via così, arrivando diciannovesima cioè in fondo, molto in fondo con Una vecchia canzone italiana. E vai con gli sghignazzi. Come accaduto ad altri in altre condizioni, Totò tanto per dire, era diventata un simbolo del tempo passato, eletto da chi non ha mai pensato che certi tempi non passano mai. Ed è per questo che, per festeggiare i sessant’anni del Festival, anche lei ha fatto uno sforzo grosso così ed è arrivata qui all’Ariston per cantare con un’artista dirompente come lei quando aveva trent’anni. «Nilla mi ricorda un’Italia che vuole sognare, l’Italia del Dopoguerra» ha detto ieri sera Carmen Consoli. Ricorda anche un’Italia che per almeno trent’anni ha fatto finta di essere diversa.
PG