Nino d'Angelo: "Torno con la sceneggiata"

D'Angelo frà Lacreme napulitane quasi come un musical. Poi rivela: "Il neomelodico non è un genere ma uno stile di vita nato nei vicoli"

«Sono le due e mezzo e sto con una pizza in bocca, ci possiamo sentire più tardi?»

Ancora con la pizza e la sceneggiata, signor D’Angelo, ma siamo nel duemiladieci. Se la sente Bossi...
«Intanto al Nord e pure a Sanremo rilanciano il dialetto».

Già, mentre a lei i critici la snobbarono quando all’Ariston portò «Vai». Che però nelle vendite fu primo in classifica.
«È sempre stato il mio destino. Sa quanti dischi ho venduto cantando in napoletano? Venticinque milioni in tutto il mondo».

Adesso però riporta a teatro «Lacreme napulitane», la più classica delle sceneggiate: isso (lui), essa (lei) e ’o malamente (il cattivo). Non le sembra di esagerare?
«Non mi prenda per nostalgico. La sceneggiata, quella dove il pubblico urlava in piedi: “accìrela, a chella zoccola!” (uccidila quella sgualdrina!) non esiste più, soppiantata dai talk show e dai reality. Tuttavia esistono dei capolavori, come l’opera di Vitale che riporto in scena venerdì al Trianon di Napoli, che vale la pena di rivisitare. Io l’ho riadattata: l’ho reso contemporanea e al mio fianco c’è Maria Nazionale».

Cioè l’ha stravolta: addirittura il suo testo fa sopravvivere «’o malamente» che, secondo i canoni classici, deve morire. Non teme le reazioni del pubblico?
«Macché. A parte il fatto che il cattivo non muore ma resta con il rimorso per il male che ha fatto, così la finiamo con lo stereotipo dell’occhio per occhio. E poi ho inserito nello spettacolo alcune mie canzoni classiche che diventano una sorta di parodia ai personaggi. Ecco, diciamo che la mia sceneggiata diventa quasi un musical».

Se la sceneggiata è un genere finito, che tipo di pubblico si aspetta?
«Il mio pubblico, quello che compra i miei dischi e ha visto i miei film. Sa quanto incassò ’Nu jeans e ’na maglietta? Dieci miliardi di vecchie lire. Poi le dirò la verità. In fondo la sceneggiata estremizzava dei valori come quello della famiglia (’a mamma, i figli piezze ’e core) che erano dei pilastri della società. Forse qualcuno ha ancora voglia di ricordarseli».

Lei ne sa qualcosa. Quando da ragazzino viveva nel misero quartiere di San Pietro a Patierno, riuscì a pubblicare il primo album grazie a una colletta tra i parenti...
«Già, io sono stato scugnizzo veramente e la mia scuola è stata la strada. Poi qualcuno si è accorto che sotto il caschetto biondo non c’era solo uno stupido che cantava canzoni d’amore».

Se ne accorse anche Pupi Avati quando la scritturò per il film «Il cuore altrove». Comunque il genere neomelodico napoletano lo ha inventato lei e ha fatto decine di epigoni, da Gigi D’Alessio a Sal Da Vinci e Gigi Finizio. Come si diventa neomelodici?
«Più che un genere è uno stile di vita quello che viene raccontato nelle canzoni. Non esiste una vera scuola, ma è la musica dei vicoli dove si è nati, quando si cammina con il dolore in tasca. Non ci sono neppure case discografiche e ognuno si autoproduce, affitta spazi nei programmi delle tv locali e comincia a cantare ai matrimoni».

Già, anche a quelli dei camorristi. Il suo collega D’Alessio finì pure indagato
«Gigi è un bravo ragazzo. È chiaro che certa gente la puoi sfiorare ma dipende solo da te restarne fuori. Se cominci a chiedere soldi o favori sei finito».