"Un Nobel per me, un Viareggio per te"

Nel ’54 il grande poeta ermetico chiese al giovane collega di accertare se qualcuno potesse caldeggiare la sua candidatura all’Accademia di Svezia. E un anno dopo ricambiò con la giuria del premio toscano

Chi, come me, ha avuto il privilegio di una lunga (più di trentacinque anni) amicizia con la persona di Piero Bigongiari (1914-97), non si stupisce della devozione che ne pervade il carteggio con Giuseppe Ungaretti, ora pubblicato a cura di Teresa Spignoli: (Piero Bigongiari-Giuseppe Ungaretti, La certezza della poesia. Lettere (1942-1970), Firenze, Polistampa, pagg. 366, euro 24). L’affetto per quel suo impareggiabile maestro veniva da Bigongiari testimoniato apertamente e di continuo (leggi le lettere di Ungaretti a Bigongiari - leggi le lettere di Bigongiari a Ungaretti). 

Il 1942 registra solo un messaggio lampo dell’autore dell’Allegria al ventottenne poeta che da Firenze si era congratulato con lui per la nomina ad Accademico d’Italia. La corrispondenza vera e propria comincia nel 1950, ed è subito fittissima: ben 148 elementi dell’epistolario, sui 208 schedati e annotati dalla Spignoli, risalgono al decennio 1950-59. Ma una parte del materiale dev’essersi persa: nella nota informativa che, con altri documenti, correda il volume, la curatrice riferisce che nel «Fondo Ungaretti» dell’Archivio Contemporaneo «A. Bonsanti» di Firenze si trovano 59 lettere di Bigongiari, mentre nella casa fiorentina di Bigongiari le missive indirizzategli da Ungaretti erano 149 (le conserva adesso una biblioteca di Pistoia).

Conoscendo la puntualità di Bigongiari, e soprattutto valutando la grandezza del suo corrispondente, è da ritenere che un centinaio, o quasi, di lettere da lui inviate a Ungaretti si siano smarrite, magari in un trasloco. Ad esempio, nel ’55 si apre un capitolo interessante: il progetto di un’antologia scolastica per l’editore Signorelli. Ungaretti dice che la farà ma solo a patto che vi collabori Bigongiari; da Firenze però non giungono assensi né rifiuti alla proposta. Evidentemente le lettere in cui Bigongiari ne parla son finite chi sa dove. Distrutte, speriamo di no.
Di che discorrono due poeti, il più giovane dei quali nutre nei riguardi dell’altro, già assai celebre, la dedizione ammirata a cui accennavo? Questo non gli impedisce tuttavia di sostenere, in qualche caso, le proprie ragioni, distinte o divergenti. Ho ascoltato Bigongiari, in cattedra (per circa vent’anni) alla facoltà di Magistero di Firenze, svolgere alcuni corsi, di affascinante sottigliezza interpretativa, sulla lirica di Ungaretti; e altri, non meno suggestivi, su Leopardi, che fin dalla tesi di laurea era il poeta della sua vita.

Ebbene, a partire dal 1950 e per un tempo non breve, proprio Leopardi è il «mediatore» fra Bigongiari e Ungaretti, è lui il tema principe delle lettere che si scambiano l’un l’altro anche a strettissimo giro di posta. Nel ’50 Roberto Longhi, con la moglie Anna Banti, aveva fondato Paragone, coinvolgendo Bigongiari nella redazione della rivista. E dal suo primo, caloroso invito a Ungaretti perché dia a Paragone un saggio leopardiano ancora inedito nascono la discussione, il desiderio di approfondire. Bigongiari non crede all’influsso di Pascal su L’infinito, in cui Ungaretti legge invece una sorta di risposta correttiva al pascaliano «silenzio eterno». Non sembri strano che da un simile argomento, in questa fase del carteggio, ogni altro resti soverchiato. Leopardi è un tramite umano, un riferimento che accomuna i due interlocutori al di là del mero àmbito letterario.

Per quanto Firenze e Roma siano divise da poche ore di treno, Ungaretti e Bigongiari s’incontrano relativamente di rado. Col crescere della mutua dimestichezza (ma al «tu» di Ungaretti, Bigongiari corrisponde sempre con un rispettoso «lei»), potrà accadere che il più anziano sia talvolta ospite d’onore nella casa del più giovane, affacciata sui lungarni; e che in un’occasione memorabile visitino insieme la Sardegna. Ungaretti sale, sì, a Firenze per le riunioni di un altro periodico, L’Approdo, ma sono passaggi fuggevoli.

Molto, il più, tra loro due rimane affidato all’epistolario: dove la letteratura non è tutto, ma dove un condiviso pudore esclude che si depositino le confessioni più segrete. Quelle, vien da pensare, l’uno e l’altro scrittore le consegnano alle loro pagine di poesia: delle quali il carteggio non tace, coi riscontri (un po’ svelti e generici) di Ungaretti alle raccolte che pubblica Bigongiari (da Rogo, a Il corvo bianco, a Le mura di Pistoia) e, molto di più, con la passione critica che in Bigongiari si accende dinanzi alle novità ungarettiane. Nel ’50 escono La Terra Promessa e la traduzione della Fedra di Racine. Poi, nel ’52, Un Grido e Paesaggi, comprensivo del Monologhetto alla cui elaborazione autografa Bigongiari dedica una minuta analisi.
Gli otia, i letterati debbono meritarli; ritagliarseli, se ci riescono, all’interno di faticosi viaggi. Se Bigongiari, dopo l’Egitto, si limita in questi anni all’Europa e all’Italia, Ungaretti azzarda una specie di giro del mondo, inclusi Cina e Giappone; e per due volte si reca negli Stati Uniti. Dal secondo viaggio - siamo nel 1970 - ritorna ammalato; decide di curarsi a Salsomaggiore dove muore, ottantaduenne, all’inizio di giugno. Si era mosso dall’Italia per ricevere, in Oklahoma, un premio internazionale, che voleva essere un mezzo risarcimento del Nobel mai ricevuto. E per il Nobel - con un minimo di vanità - Ungaretti, nel ’54, aveva pregato Bigongiari, malgrado le obiettive difficoltà dell’impresa, di accertare se tra i suoi conoscenti qualcuno potesse adoperarsi a buon fine, ora che anche T.S. Eliot si era dichiarato favorevole alla candidatura del poeta del Dolore.

Il Nobel, com’è risaputo, non venne. Mentre per il tardivo premio americano Bigongiari si prodigò con successo, il carteggio registra varii e vani tentativi di Ungaretti perché l’autore de Le mura di Pistoia ottenga qualche premio nazionale: il Viareggio e altri. Affiorano le solite faccenduole della società letteraria, ma il dialogo epistolare fluisce avaro di pettegolezzi. Il suo centro è altrove, si svela nel comune approccio a Leopardi, o negli intervalli di abbandono. Così nella lettera del 29 settembre 1952, in cui Bigongiari descrive luce e paesaggio del Mugello; o in quella del dicembre 1966, dove Ungaretti chiede scusa a Bigongiari e agli amici di Firenze per non essersi fatto vivo con loro subito dopo l’alluvione del novembre. A suggello di un’intimità preziosa e costante, il messaggio spedito da Bigongiari, il 6 febbraio del ’58, all’amico illustre che compie settant’anni: «Con mio padre, si ricordi che è l’uomo che ho più amato ed amo».