Noi, angeli caduti troviamo l’immortalità nella grande poesia

di Harold Bloom
Vogliamo che i demoni e i diavoli ci intrattengano, a una distanza di sicurezza, s’intende, e che gli angeli ci confortino o ci proteggano, sempre a distanza di sicurezza. Ma gli angeli caduti possono esserci sgradevolmente vicini, giacché sono noi stessi, in tutto o in parte. I nostri film su Frankenstein hanno creato un mostro famoso che semplicemente non esiste nel romantico romanzo di Mary Shelley Frankenstein, o il Prometeo moderno (1818). In questo libro Frankenstein è lo scienziato prometeico che crea non un mostro bensì un demone, il quale fa questo notevole appello al suo moralmente ottuso creatore:
«Oh Frankenstein, non essere giusto con tutti per calpestare me soltanto! Me, a cui tu devi non solo giustizia ma anche bontà e affetto! Non lo dimenticare, io sono la tua creatura: dovrei essere il tuo Adamo, e sono invece l’angelo caduto al quale tu di proposito neghi ogni felicità, sebbene io non abbia colpa».
Mary Shelley trasforma l’angelo caduto in una nuova specie di Adamo, che a me pare appropriata. Un tempo eravamo l’Adamo immortale, ma appena assoggettati alla morte siamo divenuti l’angelo caduto, perché questo, non altro, è il significato della metafora dell’angelo caduto: la schiacciante consapevolezza della nostra mortalità. Le percezioni angeliche di Amleto sono i più acuti richiami alla mortalità di tutta la letteratura. Il dilemma generato dall’essere aperti a desideri trascendenti pur essendo intrappolati dentro un animale mortale, è precisamente il dilemma dell’angelo caduto, ovvero di un essere umano pienamente consapevole. La vecchiaia, la malattia e la morte erano considerate demoni nella maggior parte delle tradizioni del mondo, e l’abbinamento «la morte e il diavolo» è uno dei topoi cristiani più diffusi. Gli angeli caduti, considerati non da un punto di vista ideologico ma in quanto immagini di un dilemma essenzialmente umano, hanno per noi il significato di una verità esistenziale.
L’attuale ossessione, in questo inizio di nuovo millennio, per quelli che chiamiamo angeli nasconde in definitiva la fuga americana dal principio di realtà, ovvero dalla necessità di morire. C’è pochissima differenza tra le cosiddette esperienze di quasi morte e la cultura popolare degli angeli. Sia le une che l’altra sono state vigorosamente commercializzate e sono oggi industrie in crescita. La lettura profonda viceversa è in declino, e se dimentichiamo come leggere e perché, finiremo per annegare nei media visivi. Gli angeli caduti, come mettono in evidenza Shakespeare e Milton, non dovrebbero mai smettere di leggere. Il «sacro» Emerson una volta osservò che tutti gli americani sono poeti e mistici, e aveva ragione, anche se la loro poesia e il loro misticismo sono oggi troppo spesso svalutati. Ma questa è la Terra della Sera; la nostra cultura si avvia al tramonto. L’angelo della Sera è vicino, caduto eppure pervaso di un ultimo slancio di vitalità. Non sono oggi gli Stati Uniti questo angelo? Essere consapevolmente un angelo caduto non è la peggiore delle condizioni, e neppure la meno creativa.
Angels in America (1992) di Tony Kushner è l’esempio più recente di che cosa significhi dire che tutti noi siamo angeli caduti. Gli angeli di Kushner sono stati abbandonati da Dio e decidono di fargli causa per diserzione. Sfortunatamente per noi, Dio ingaggia come avvocato difensore il satanico Roy Cohn, e così gli angeli perdono la causa. Come parabola della nostra attuale situazione, la visione di Kushner è magnificamente appropriata.