«Noi romeni onesti assediati dai nomadi»

Ricordate i titoloni il giorno dopo il massacro di Giovanna Reggiani: «Via agli sgomberi», «Demolite le favelas»? Appena superato il viadotto di corso Francia nella boscaglia è fresca la ferita delle ruspe. È l’unica baraccopoli sgombrata, un villaggio intero sulle rive del Tevere. «Scoperta per caso» durante i controlli, hanno cinguettato dal Campidoglio. Era lì da tre anni. Delle altre - centinaia e centinaia di tende, capanne, e tane con dentro, a occhio, due-tremila persone - a ridosso della pista ciclabile che corre da Ponte Milvio a Castel Giubileo, dieci chilometri, non ne è stata toccata una. Signor sindaco, ci sta forse prendendo in giro? Venga Veltroni - poco più avanti - al parco di Tor di Quinto, quello che doveva essere il primo nucleo del più vasto Parco del Tevere Nord. Uno dietro l’altro i rifugi dei romeni si accavallano fra i rovi. Appena di là della pista ci sono il centro sportivo della Rai e quello della Polizia. In un varco di quella che era la recinzione del parco, Stefano, romeno, ha ricavato un portone per fare entrare l’auto, una Matiz, e parcheggiarla accanto alla «casa». «L’abbiamo comprata quando mio figlio ha compiuto 18 anni. A rate» dice e, dandosi un colpetto al torace, spiega: «Una signora con il cuore s’è fidata e ce l’ha venduta. Andate a vedere i macchinoni che hanno gli zingari».
Stefano è in Italia da tre anni. Ha fatto il giardiniere - in nero, ovvio - in uno dei circoli blasonati sul Tevere che il sindaco ha nella massima considerazione. «È cominciato il cattivo tempo e mi hanno detto di stare a casa». Stefano, la moglie, i fratelli, le cognate, vivono qui tutti insieme: 8-10 persone. Sono venuti da una cittadina a 150 km da Bucarest. La moglie e la cognata hanno un contratto di lavoro regolare. «Voi fate una grande confusione: un conto sono i rom e un conto i romeni» ripetono. Hanno paura: la notte a turno fanno la guardia. «Dalla pista ciclabile ci urlano bastardi, barbari... ma noi siamo qui solo per lavorare» dice Stefano.
I più accaniti negli insulti ai romeni arrivano dal campo poco lontano, di quelli che noi chiamiamo Rom e invece sono zingari sì ma serbo-bosniaci. «Ci gridano puttane, criminali» raccontano Stefano e i suoi familiari. Già quest’estate avevano tentato di dar fuoco. «Dei ragazzini serbi hanno buttato una tanica di benzina. Loro fanno sempre così, mandano avanti i bambini».
La pista ciclabile è il confine di questa terra di nessuno. Duecento metri più in là, dal viadotto della tangenziale si allarga il campo dei serbi, «nomadi», che stanno qui da vent’anni. Si sta lavorando a ingrandire una baracca. Poco più avanti tra l’ippodromo e la ferrovia Roma-Viterbo un altro accampamento: a far da «piazza» una montagna di rifiuti, si sta abbattendo un albero. E poi baracche, ancora baracche: sotto il ponte in legno della pista. Una, graziosa, accanto al circolo sportivo Flaminio oltre al generatore da poco ha anche la verandina sul Tevere. Così fino al depuratore. E sono solo i primi due chilometri.
L’altra faccia della medaglia è viale Tor di Quinto, allo svincolo della tangenziale. Romeni e moldavi sui marciapiedi dalle sei del mattino aspettando i caporali per andare a fare i manovali e muratori. A 30, 40, 50 euro al giorno. E allora capisci che le favelas sono state tollerate, volute per anni. Danno braccia a prezzi stracciati ai cantieri edili. Il peggior crimine è stato non cacciare delinquenti e tagliagole e non garantire una vita decente a chi è qui per lavorare. Tutti insieme, in un unico girone, per confondere le nostre illegalità.