Non aveva un soldo ma arricchì l’umanità

Di origini borghesi, accumulò dei debiti per un progetto in Algeria. Andò in Italia per chiedere aiuto a Napoleone III E lì ebbe un’idea meravigliosa...

Dopo anni di vagabondaggi, bussò alla porta della pensione Paradiso. Il villaggio che aveva scelto, Heiden, sulla riva svizzera del Lago di Costanza, era calmo e grazioso. Si accordò con l’oste per un lungo soggiorno a pochi soldi. Diede i suoi panni da lavare e aspettò a letto che glieli restituissero perché era così povero da non avere vestiti di ricambio. Era il mese di luglio 1887 e il Nostro aveva appena compiuto 59 anni.
Si lasciava alle spalle un decennio di umiliazioni dopo il fallimento ginevrino. Aveva dormito sulle panchine, chiesto elemosine, rimediato ai buchi dei calzini tingendosi i talloni con l’inchiostro di china. Adesso, con la piccola somma che era riuscito a racimolare da amici voleva sopravvivere dimenticato da tutti.
Così avvenne. A Heiden, il Nostro trascorse nove anni. La barba, ancora grigia quando vi giunse, era diventata bianca come quella di un profeta. I valligiani avevano preso a benvolere l’ormai sessantottenne e davano per scontato che, giunta la sua ora, sarebbe morto lì da loro. Ma il destino, che prese le fattezze di George Baumberger, aveva deciso diversamente.
Baumberger, aspirante giornalista, era arrivato a Heiden a colpo sicuro. Da fonti sue, aveva saputo che il celebre uomo, dai più creduto morto, viveva invece in solitudine sul lago. Si presentò da lui, ne vinse le resistenze e ottenne di farci una chiacchierata. Il patriarca, stimolato dal giovanotto, si lasciò andare, facendogli il racconto delle proprie vicissitudini.
L’intervista ebbe una eco clamorosa. Il mondo intero si commosse alle peripezie del grande benefattore. La sua creatura era infatti diventata arcinota. Aveva salde radici in Europa, America, Africa, nell’Impero Ottomano. A Heiden cominciarono a affluire messaggi di ammirazione per il vecchio ricomparso e segni tangibili di gratitudine. Leone XIII gli scrisse una lettera di suo pugno. La Germania organizzò sottoscrizioni in suo favore. Un congresso di mille medici russi gli assegnò il premio Mosca per i servigi resi all’umanità. Svizzera e altri Paesi gli vennero in aiuto. Il Nostro riacquistò il credito perduto e, nel quindicennio che gli restò da vivere, fu ripagato con gli interessi delle enormi amarezze patite per venti anni.
Fin dalla prima giovinezza, il ginevrino si era occupato del prossimo infelice. Aveva aiutato i poveri, assistito i moribondi, consolato i carcerati. Di famiglia borghese, calvinista di religione, era animato da una grande fede. Conclusi gli studi, si era dato agli affari. Quando ne ebbe l’occasione, lasciò Ginevra per andare a dirigere un’azienda agricola in Algeria. Studiò l’Islam con cura e si affezionò alla popolazione. Si mise in proprio e costruì un mulino modello. Assunse dei contadini arabi, promettendo loro una vita migliore nella sua azienda. Non riuscì però a ottenere dalle autorità coloniali francesi i terreni necessari per la coltivazione del grano indispensabile a fare funzionare il mulino. Si era largamente indebitato per l’impresa con una banca ginevrina e le difficoltà burocratiche rischiavano di mandare tutto all’aria.
Decise così di rivolgersi direttamente a Napoleone III. Andò a Parigi, ma fu un buco nell’acqua. L’imperatore si trovava infatti in Italia per combattere gli austriaci con l’alleato piemontese in quella che gli italiani avrebbero chiamato la II guerra d’Indipendenza. Ripartì dunque per la Lombardia con l’intenzione di parlare di affari con il sovrano francese. Arrivò invece nel pieno della battaglia di Solferino, la più sanguinosa combattuta in Europa dopo quella di Waterloo. Vide migliaia di morti che giacevano sul terreno e altrettanti feriti abbandonati al loro destino. Arringò le donne del villaggio al motto «Tutti fratelli» e si fece aiutare da loro a curare i feriti di tutti gli schieramenti senza distinzione.
Impressionato dall’esperienza, dimenticò Napoleone e i motivi del viaggio. Tornato a Ginevra scrisse di getto un libro di enorme successo, Ricordo di Solferino, in cui abbozzò la sua grande idea. Incoraggiato dal consenso internazionale, passò gli anni successivi a realizzarla. Era già a buon punto, quando la banca che gli aveva prestato i soldi per il mulino algerino ne pretese la restituzione. Ma il Nostro, che si era distratto con la sua missione umanitaria, non fu in grado di onorare il debito. Dall’oggi al domani, fu ostracizzato dai concittadini e ridotto sul lastrico. Finì - come sappiamo - ramingo per due decenni prima della fortunata intervista che lo riabilitò.
Prima di morire, a 82 anni, gli fu conferito il primo premio Nobel per la pace.
Chi era?