«Non c’è nessuno scandalo è solo un idioma regionale»

Quelle strane parole, tipiche oltre frontiera, del linguaggio comune

Il Natel, l’autopostale, e l’ordinatore. Anche se il loro significato può apparire oscuro, sembrano termini italiani. E in realtà lo sono, sebbene siano espressioni dell’italiano parlato nel Canton Ticino. Basta un incontro ravvicinato con un ticinese doc per rendersi conto che le differenze con la lingua di Dante non mancano e non solo in termini di accento. Sì, perché il Natel in Ticino è il cellulare (termine mutuato dall’omonima società di telecomunicazione), l’autopostale è l’autobus (il suo nome deriva dalle Poste che gestiscono il servizio) e l’ordinatore è il computer (dal francese ordinateur).
Termini che dimostrano come l’italiano parlato nel meridione della Svizzera abbia delle singolarità che lo rendono un idioma con una sua identità. All’origine della diversità del ticinese, la storia del Cantone, una terra aperta a contatti con popoli diversi. Evidenti gli influssi del tedesco e del francese, parlati negli altri Cantoni.
Per dare un’idea di come si esprimono i ticinesi, ecco qualche esempio. Nella Svizzera italiana il salario è brutto (dal francese brut): non significa che si percepisce uno stipendio da fame, ma semplicemente che è lordo. Nel Cantone, inoltre, si comanda al bar il caffè invece di ordinarlo, si dice riservazione invece di prenotazione e monitore anziché istruttore.
Ci sono poi altre locuzioni veramente singolari: la vista imprendibile sul lago è l’espressione gergale usata dagli agenti immobiliari per indicare il panorama che non verrà rovinato da altre costruzioni. E ancora, ogni anno occorre acquistare la vignetta autostradale che non è uno strano fumetto, ma il contrassegno da applicare sull’auto per percorrere le autostrade elvetiche.
Niente paura, poi, se un ticinese vorrà darvi un colpo di mano: non sarete oggetto di una rapida incursione, ma vi verrà semplicemente offerto un aiuto. Dal tedesco è stato, invece, «saccheggiato» il termine azione da aktion: letteralmente significa campagna ed è la scritta che, in tempo di saldi, tappezza le vetrine dei negozi per invogliare la clientela a non perdere le offerte speciali.
In Ticino, poi, non c’è traccia di titoli nobiliari: impossibile incontrare conti o baroni. Ma è segno di distinzione sociale, quasi quanto essere nobili, essere patrizi, ossia membri del Patriziato, la comunità di famiglie in origine proprietarie dei terreni su cui via via si è ampliato il Comune.
Ma l’elenco delle differenze non finisce qui: nei centri di accoglienza elvetici ci sono gli asilanti, i rifugiati che presentano domanda d’asilo, la mappetta è la cartelletta trasparente e marcare giù significa prendere nota. Nel Cantone, inoltre, si rende attenti e non si fa presente, si va a pranzo sul mezzogiorno e non a mezzogiorno, ci si tira storti quando si alza il gomito, e si ha bisogno qualcosa e non di qualcosa. I ticinesi, poi, al ristorante ordinano i legumi: e i camerieri portano in tavola ricchi piatti di insalata, anziché fagioli, ceci e lenticchie.
Oltre frontiera esistono, inoltre, delle professioni piuttosto strane: c’è il buralista (dal francese buraliste), il responsabile dell’ufficio postale, il discatore, il giocatore di hockey su ghiaccio, e la laborantina (dal tedesco laborantin), l’assistente di laboratorio. Insomma l’italo-ticinese è un vero melting-pot.