"Non ci sono controlli: così possono scappare i pazienti pericolosi"

Il perito psichiatrico del tribunale di Roma avverte: «La legge non prevede più obblighi di sorveglianza E molti centri non sono adatti a curare i malati mentali»

A sorpresa sono gli psichiatri ad avere le maggiori perplessità sulla chiusura degli ospedali psichiatrici criminali.Il pericolo, dicono, è che le nuove residenze finiscano per essere dei piccoli manicomi sotto mentite spoglie. Il professor Piero Rocchini, perito psichiatrico presso il tribunale di Roma, alle novità tecniche introdotte dalle legge di recente ha dedicato una relazione.

Professore, perché esiste questo rischio?

«I malati mentali gravi hanno bisogno di un iter di riabilitazione fatto di tecniche psicoterapiche e dell'inserimento in un ambiente con attività strutturate: laboratori di teatro, pittura, sartoria, falegnameria. Non si tratta, banalmente, di “farli lavorare”, ma di far recuperare loro, attraverso queste abilità, il contatto diretto con la realtà. È quello che si fa a Castiglione delle Stiviere, ma questo non sarà mai possibile nelle Rems, proprio perché sono piccole. Alcuni dei centri aperti nel Lazio sono dei mini pronto soccorso psichiatrici: adatti alle urgenze, non al percorso di lungo periodo».

Quindi è un problema di spazi?

«Non è solo questo. Nessuno ha sollevato questo problema finora ma c'è una percentuale di appartenenti alla criminalità organizzata che, sfruttando perizie false di medici conniventi, è riuscita ad ottenere l'infermità o seminfermità mentale. Un caso noto è quello di Michele Senese 'o pazzo (il camorrista napoletano oggi al carcere duro per i suoi legami con Massimo Carminati emersi nell'inchiesta su Mafia Capitale, ma che in passato ha più volte ottenuto proscioglimenti o domiciliari in clinica per asserite infermità mentali, ndr ), ed è ovvio che questo fenomeno tenderà ad aumentare perché i controlli nelle Rems saranno molto più blandi, e fuggire molto più facile».

Un gruppo di 64 psichiatri del dipartimento di salute mentale di Bologna ha scritto una lettera al ministro Lorenzin proprio sul tema sicurezza...

«Sì, appunto, perché il controllo non è prefissato per legge ma affidato ad accordi che le strutture stipulano con questura e polizia locali».

La nuova legge però mette fine alla stortura del cosiddetto «ergastolo bianco», cioè la possibilità di prolungare di continuo la misura di sicurezza: l'effetto era che il malato restava internato per decenni, spesso a vita.

«La norma prevede che il malato resti nella Rems per un tempo pari al massimo della pena prevista per il reato che ha commesso. Questa previsione però è un controsenso rispetto agli obiettivi di cura proclamati dalla legge stessa, perché vuole dire prefissare l'uscita del malato con un calcolo per legge, che prescinde totalmente dall'iter terapeutico e dalla sua valutazione. Faccio notare che, purtroppo, esiste una percentuale - seppur piccola, pari a circa l'8% ­ di malati cronici, che nonostante le cure più avanzate rispondono con un aggravamento costante. Infatti in questi anni ci sono stati pazienti usciti e poi rientrati in Opg, compreso quello di Castiglione delle Stiviere, proprio per il fallimento di misure alternative di sicurezza».

In ogni caso, l'obiettivo culturale e politico del legislatore è il reinserimento sociale dei pazienti: farli uscire gradualmente dalle Rems con dei percorsi terapeutici personalizzati...

«Anche su questo fronte i problemi aperti sono più complessi di quanto possa sembrare: tra i pazienti che saranno dimessi ve ne sono alcuni appartenenti a tipologie di malattie - penso al tossicodipendente psicotico ­ che non sono trattate dai dipartimenti di salute mentale delle Asl, ma dai Sert. Quindi, in generale, si pone un problema di organico, considerando che i dipartimenti sono già sottostimati: a Roma il Tuscolano serve già un bacino di 400mila abitanti. Poi c'è un'altra questione, tecnica».

Quale?

«Le nuove maglie della legge restringono troppo il raggio d'azione dello psichiatra sui pazienti dimessi: si limita tutto al Tso (trattamento sanitario obbligatorio, ndr ), che peraltro va fatto nei centri di diagnosi ospedalieri. Vuol dire che lo psichiatra che opera sul territorio può intervenire solo in caso di “pericolo in atto”, oppure se chiamato dal 118 per una “necessità terapeutica”».