Non ci sono più i giovani scrittori di una volta

Avendo letto, nell’anno appena trascorso, Everyman di Philip Roth e La strada di Cormac McCarthy, c’è chi ritiene di aver chiuso i conti con la Grande Letteratura. Per il 2007 e forse anche per questo 2008. Narrativamente parlando il dubbio è che tra la produzione letteraria statunitense e quella italiana da parecchio tempo non ci sia possibilità di confronto. La differenza di vedute è quella che passa tra un attico su Central Park, New York, e un bilocale con abbaino sui Giardini Montanelli, Milano. Da una parte la triade più debole è composta da Wallace-DeLillo-Palahniuk, da noi ad andar bene è Piperno-Scurati-Saviano e ad andar male è Faletti-Moccia-Wu Ming. Meglio andare a capo.
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«Giovani scrittori» è una di quelle espressioni che da quando è morto Erich Linder fa venire il mal di pancia a tutti gli editor d’Italia. Figuriamoci a editori, critici, recensori, giornalisti. E lettori. Allo stato attuale pochissimi li vogliono pubblicare, e ancora meno li vogliono leggere. E per i «grandi vecchi», a parte rare, rarissime eccezioni (Magris? La Capria?) le cose vanno appena meglio. Per il resto, rimangono quei due-tre «casi letterari» a stagione - da Faletti a Piperno da Ammaniti a Saviano - che saccheggiano librerie, recensioni, premi, traduzioni e soldi. Stop.
Anno nuovo, vita dura. Mentre in questi mala tempora di post-moccismo, la critica militante tradizionale - come ha notato una brillante penna del manifesto - assomiglia sempre più a una guida gastronomica col critico che assegna le tre forchette al prodotto migliore, la narrativa italiana fatica a uscire dal frustrante ritornello secondo il quale «gli italiani non sanno raccontare il mondo», «non abbiamo narratori come gli americani», «da noi escono solo romanzi usa-e-getta», «tanta carta sprecata e occasioni perdute». Un po’ come il nostro cinema, se non peggio.
Qualcuno ha azzardato quali siano i requisiti necessari per «fare buona letteratura», e cioè: 1) non solo raccontare il mondo in cui viviamo, ma provare a dargli una forma (la lingua) e un contenuto (la sostanza); 2) saper rischiare, mettendosi in gioco, con la coscienza che la Letteratura non è una comoda via che porta ai talk-show ma una straordinaria e pericolosa possibilità di conoscenza dell’Uomo; 3) saper creare personaggi più veri di quelli reali e «in-ventare» uno stile unico, preciso, anche spiazzante ma che abbia carattere; 4) guardare con passione violenta dentro al cuore umano e non solo attorno al proprio ombelico; 5) non scrivere per Antonio D’Orrico ma per i posteri.
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E i critici? Che cosa dicono i critici? Chi sono - se ci sono - i «giovin scrittori», gli eroici salvatori delle Patrie Lettere, i cavalieri senza Moccia e senza paura che sfilano in parata lungo i gloriosi viali della Letteratura?
Carla Benedetti - critica temuta e temibile - accetta di compilare l’elenco dei titoli da salvare del 2007: Succulente di Luisa e Fulvio Ervas, un giallo botanico di uno strano fascino scritto da due fratelli del Nord-Est; il lungo racconto di fantascienza Sirene di Laura Pugno; Il buio del mare di Ron Kubati, albanese che scrive in italiano; Dio non ama i bambini di Laura Pariani. Per questo 2008, invece, «mi aspetto, come al solito, qualcosa di grande da un ignoto. E poi non vedo l’ora di leggere la terza parte dei Canti del caos di Antonio Moresco, il più grande romanzo dei nostri tempi». E su Moresco, come è noto, si potrebbe aprire un capitolo infinito su chi lo considera il più grande scrittore italiano vivente e chi solo un grande illeggibile.
Enzo Golino, il «decano» più implacabile della nostra critica, nel 2007 ha apprezzato Napoli Ferrovia di Ermanno Rea, L’estranea di Elisabetta Rasy, Non avevo capito niente di Diego De Silva, Prima esecuzione di Domenico Starnone, Rossovermiglio di Benedetta Cibrario, Troppi paradisi di Walter Siti, Un saluto attraverso le stelle di Marisa Bulgheroni, Gomorra di Roberto Saviano: «quattro-cinque titoli sono di autori nati a Napoli e dintorni, e questo è indice di una tendenza davvero spontanea. Dopo la canzone, il teatro e il cinema, la creatività napoletana rinasce (un Rinascimento che non è quello bassoliniano, per carità!) anche in letteratura. E poi aspetto con molta curiosità il nuovo romanzo di Valeria Parrella, oltre ad augurarmi che spunti all’orizzonte un libro - a quale generazione appartenga l’autore non ha importanza - che rompa convenzioni narrative e faccia circolare spifferi di aria fresca nelle stanze dell’industria editoriale».
Da parte sua, Ermanno Paccagnini, il critico più attento alla «nuova» narrativa italiana, tra le sorprese positive della scorsa stagione segnala da un lato gli esordi di Alessandro De Roma con Vita e morte di Ludovico Lauter e di Annalena Manca con L’accademia degli scrittori muti; dall’altro, tra gli autori già sul campo, ha apprezzato il cambio di rotta introdotto dall’ultimo Diego De Silva. Altri? Tra gli stranieri che scrivono in italiano salva Ron Kubati, tra le voci femminili Rosella Postorino e Lucrezia Lerro, tra i romanzi «colti» L’armatura di Franco Cordero e Il correttore di bozze di Francesco Recami. «Per quanto riguarda l’anno che inizia quello che cerco è la conferma di un buon romanziere attraverso un bel libro, indipendentemente dai nomi, che siano un Buttafuoco, un Piperno o altri».
Infine Filippo La Porta, critico accusato di preferire la saggistica ai romanzi. Il quale in realtà si dice semplicemente «molto fiducioso nella scrittura ibrida, nei testi non classificabili che mescolano i generi come a esempio Piergiorgio Bellocchio in Al di sotto della mischia, un libro in bilico tra racconto, autobiografia, satira sociale, critica letteraria». Parzialmente deluso lo scorso anno da Come Dio comanda di Niccolò Ammaniti e Strada provinciale tre di Simona Vinci - «autori discontinui che alternano parti ispirate ad altre più velleitarie ma che mi interessano perché rischiano, non si chiudono nella prigione dorata della bella pagina né si rifugiano nella retorica della inabitabilità del mondo ma provano a raccontarlo miscelando gerghi e mitologie della contemporaneità» - salva La kryptonite nella borsa, un romanzo umoristico e poetico nel quale Ivan Cotroneo riusa il melò e il folclore napoletano in chiave surrealista e visionaria, e poi Il sorcio di Andrea Carraio, un romanzo duro, per nulla consolatorio, che va alla radice delle cose. «Che cosa mi aspetto nel 2008? Attendo con curiosità un romanzo in uscita a marzo di Chiara Tozzi, che anni fa pubblicò dei bellissimi racconti di ispirazione “carveriana”, e Sardinia blues di Flavio Soriga, un sardo che al contrario di Niffoi finalmente usa il suo arsenale linguistico per confrontarsi con la modernità, lo spaesamento e l’assenza di radici. Certo, poi c’è da leggere il nuovo romanzo di Piperno, anche se del primo non mi convinceva la lingua, e soprattutto Contronatura di Massimiliano Parente che esce tra poco. Vedremo. Di certo scommetto su Luca Doninelli, uno scrittore che maneggia molto bene i temi forti: mi piace la sua asprezza, la sua drammaticità molto poco italiana».
Ecco, allora è vero! Gli americani filosofeggiano di Vita, Morte, Vecchiaia, Dolore, Disperazione mentre gli italiani perlopiù chiacchierano di beghe da cortile, saghe&seghe familiari, storie di cosa nostra e affari di cose loro. «No, no - corregge La Porta - a parte il fatto che anche noi fino all’altro ieri avevamo scrittori universali, e penso a Calvino, o Sciascia piuttosto che la Morante di Menzogna e sortilegio... comunque il punto non è opporsi a priori alla narrativa minimalista o intimistica. Ogni autore deve seguire la propria ispirazione. Ad esempio Andrea De Carlo, che pure non leggo da anni, quando fa il moralista non è credibile. Al contrario, quando Andrea Carraro racconta del suo ambiente di lavoro, la banca, rimane sì all’interno di un microcosmo ma che rispecchia il mondo. La scommessa, per un vero scrittore, è di estrarre dalla propria visione soggettiva qualcosa che interessi tutti».
«Certo, l’ombelicalità nelle versioni più pedestri e caserecce è una sciagura - concorda Golino - ma se un narratore possiede abbastanza immaginazione, capacità stilistica, profondità interiore, esperienza vissuta, può scrivere pagine straordinarie anche partendo dal salotto di casa o dal suo quartiere. Insomma, anche l’ombelicalità a volte è motore di narrazioni eccellenti... Gli indifferenti può essere analizzato sotto la prospettiva ombelicale, ma di sicuro con questo romanzo Moravia ha scritto un capolavoro del ’900; e così Ferito a morte dove l’ombelico dei circoli nautici napoletani e di Palazzo Donn’Anna ha consentito a La Capria di scrivere un romanzo europeo». «Gli elementi centrali della nostra narrativa - precisa Paccagnini - spesso sono i problemi della famiglia, della coppia o i disagi sociali ma a volte si riesce a guardare verso l’alto. Lo scorso anno non abbiamo avuto nulla che possa stare al pari dell’ultimo libro di McCarthy, ma l’anno prima è uscito Alla cieca di Magris».
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Ricapitolando: gli scrittori italiani veri esistono, e non sono pochi; sono capaci anche di parlare di temi forti e non solo dei loro mal di pancia; e c’è speranza che le cose, quest’anno, vadano ancora meglio. I nostri critici sono implacabili nell’abbattere tutti i luoghi comuni che infestano la narrativa italiana, anche il peggiore: e cioè che le grandi case editrici, ossessionate dalla ricerca del best seller, rischiano poco sulla narrativa italiana succhiano idee e nomi ai piccoli editori... A Carla Benedetti semmai pare vero il contrario: «Ci sono piccole case editrici coraggiose e altre che invece ripetono i formati del mercato. L’essere piccolo non è garanzia di nulla. E a volte succede persino che a osare di più sia un grande marchio». E La Porta è convinto che «lo spazio c’è, eccome: se un autore vale, trova sempre qualcuno che lo pubblica: se non sono i grandi marchi c’è la collana “Nichel” di minimum fax o “Evasioni” di Gaffi, poi c’è Fazi, c’è Perrone, Coniglio, Pequod, Sironi... Mai come oggi il manoscritto di uno sconosciuto ha la possibilità di essere perlomeno letto da un editore».
Per Golino «meno male che c’è questa ossessione! Come farebbe una casa editrice a pubblicare collane di scarsa redditività se non disponesse di titoli ad alta penetrazione e diffusione nel mercato dei lettori? Il prodotto, nelle sue articolazioni industriali e commerciali, deve soddisfare l’élite e la massa». E a Paccagnini la rincorsa al best seller non fa né caldo né freddo: «È anche giusto che lo cerchino, purché non diventi l’unico obiettivo. Di certo noto che è tornata l’abitudine delle grandi case di pescare nelle piccole: ad esempio, Rizzoli che prende un Igino Domanin da Pequod o Bompiani un Flavio Soriga partito anni fa da Il Maestrale... E comunque è innegabile che le proposte più interessanti negli ultimi tempi le ho trovate tutte nelle piccole sigle: Il Maestrale appunto, e poi Hacca, Pequod, minimum fax, Fazi quando non sbraca e le stesse Sironi o Avagliano anche se ultimamente calibrano meno le loro scelte. Forse addirittura il rischio oggi è la iperproduttività». Come diceva quel tale, non si finisce mai di pubblicare.