Per non discriminare le minoranze si discrimina la logica

Grazie a Dio, se si può ancora dire, nella scuola italiana non siamo giunti al livello di paranoia censoria che impazza negli Usa, dove autori come Pound, Shakespeare e Dante sono espunti dai programmi scolastici perché giudicati razzisti e omofobi. I guardiani della correttezza politica, non potendo cambiare le cose cambiano le parole, come è recentemente successo al prestigioso Oxford Dictionary, la Bibbia della lingua inglese, accusato di sessismo per espressioni come «nagging woman» (donna asfissiante), che secondo il temerario autore della denuncia deve essere abolita perché discriminante, come lo sono gli aggettivi «shrill» (stridulo) e «grating» (sgradevole), anch'essi associati a qualcosa di femminile, nella fattispecie il tono di voce. Privo del senso del ridicolo, e ignaro che gli stessi lemmi si trovano negli altri dizionari come Longman e Cambridge, il nostro eroe ha insistito a denunciare l'orrido misfatto fino a quando la redazione del dizionario ha ceduto, promettendo di cambiare gli esempi nelle prossime edizioni.

Oxford deve risultare particolarmente attraente per i custodi della legalità lessicale, dato che proprio nella sua università è stato cancellato un dibattito sull'aborto perché le studentesse sarebbero state offese dalla presenza, tra i relatori, di «una persona senza utero» (cioè un uomo). Tali cime di stupidità sono, da noi, ancora inviolate. Per ora, lo zelo censorio si manifesta soprattutto nell'abolizione del Natale per non turbare gli stranieri, come è successo un paio di mesi fa in alcune scuole del Milanese e della Bergamasca, e nello strepitoso annullamento, da parte del consiglio interclasse della scuola elementare «Matteotti» di Firenze, di una visita alla mostra sulla «Bellezza divina», «per venire incontro alla sensibilità delle famiglie non cattoliche». Restiamo in attesa di un altro annullamento, quello della dicitura «padre» e «madre» sostituiti da «genitore 1» e «genitore 2». Ma non illudiamoci: forse è soltanto perché non si vuole avallare una discriminazione ancora più evidente, quella tra il numero uno e il due.