«Non dobbiamo aver paura del marketing culturale»

Stefano De Caro è direttore generale delle Antichità del ministero dei Beni culturali, lo raggiungiamo mentre si trova a Gerusalemme. «Qui ci chiedono costantemente - ci dice - dei nostri metodi di conservazione delle opere d’arte, per esempio a proposito dei Rotoli del Mar Morto. L’Italia è conosciuta nel mondo per il suo patrimonio artistico ma anche per le sue competenze nella conservazione e nel restauro».
E per la circolazione delle opere d’arte? Le prestiamo abbastanza?
«Non siamo un Paese che non presta, certo forse non abbastanza. Se ci riferiamo ai Bronzi di Riace, l’istituto scientifico che se ne occupa ha sconsigliato di muoverli. C’è un problema di fessure all’interno della massa di bronzo e per questo non abbiamo potuto nemmeno portarli a Roma. Però questo è un caso limite».
Ma il tour mondiale proposto da Resca?
«Penso che Resca, che ha bene in mente le fragilità ma anche le potenzialità dei Bronzi, intendesse lanciare una provocazione. Parlare di opere che per importanza stanno ai livelli dei Bronzi, opere che potrebbero viaggiare ma invece non lo fanno».
Non viaggiano per gelosia dei sovrintendenti?
«In parte è così. Ci sono opere che vengono considerate, a torto o a ragione, il sancta sactorum di certi luoghi, vale a dire ci sono situazioni complicate e sfaccettate. Il Ministero ha invitato la direzione dei musei a indicare quali di queste opere non possono viaggiare per fragilità fisica e quali perché identitarie dei musei, e per questo inamovibili. Se lei va al Louvre e non trova la Gioconda, rimane male, no? Lo stesso per la Venere di Botticelli agli Uffizi».
A volte, però, il museo conserva troppo e movimenta poco.
«Conservare il patrimonio artistico per le future generazioni è un compito dei musei che purtroppo è subordinato alla valorizzazione. Per questo alcuni sovrintendenti sono restii a prestar opere. Il problema è che a volte lo sono davvero troppo. Noi abbiamo proposto un ampliamento della legislazione. Per il resto, occorre scongiurare il marketing artistico fine a se stesso e fare in modo di prestare opere a quelle mostre che abbiano un valore scientifico, che facciano sì marketing, doveroso e necessario, ma culturalmente basato. Purtroppo ci sono mostre che trattano le opere d’arte come oggetti di arredamento e non come parti di una tradizione culturale».