Non possiamo più sfuggire alla sfida lanciata dall’Islam

Maurizio Gasparri*

La settimana scorsa ad Al Qaim una ragazza di ventidue anni accusata di adulterio è stata condannata a morte e lapidata in pubblico. Al Qaim è una località dell’Irak che si trova a trecento km circa da Bagdad. Il film del regista Martinelli, Il mercante di pietre, mostra, tra le altre immagini, quella di una lapidazione. Immagini vere. Non ricostruzioni cinematografiche. La pellicola ha suscitato polemiche e giudizi di vario genere. Personalmente ritengo che rappresenti un forte atto di accusa non solo contro l’integralismo ed il fondamentalismo, ma anche contro l’Islam in quanto tale, religione che lascia troppo spazio a letture e interpretazioni francamente inaccettabili.
Il film di Martinelli è come un sasso lanciato in una vetrina. Certamente alimenta discussioni, ma è un’opera utile per capire che stiamo parlando non della tutela del diritto a praticare una religione, ma dell’espansione di pericolose forme di integralismo e di intolleranza. La pellicola ha potuto circolare poco nelle sale, perché chi la doveva distribuire probabilmente ha avuto paura. Ci sono troppi «mercanti di pietre» in giro nel mondo che concepiscono ed attuano attentati, troppi kamikaze e troppi lapidatori. Troppi fanatici che aprono scuole coraniche e madrasse non soltanto in Paesi del Medio Oriente e del lontano Oriente, ma anche nel cuore del nostro Occidente.
Il cosiddetto imam di Segrate, Abu Shwaima, in un’intervista rilasciata al Giornale martedì 17 ottobre, ha affermato: «L’Islam tra dieci anni sarà nel cuore degli italiani, se i veri musulmani faranno il loro dovere di mostrare il vero volto dell'Islam: quello della pace e del dialogo. (...). L’Islam è il bene, per questo dominerà il mondo». Il singolare imam, protagonista dell'aggressione all’onorevole Santanchè, ha altresì affermato nella stessa intervista che «abbandonare l’Islam in uno stato islamico equivale ad alto tradimento». Oltre a questo cosiddetto imam ve ne sono molti che agiscono in Italia in scuole coraniche o in istituti che dovrebbero istruire i ragazzi e dove probabilmente si alimenta la mala pianta del fondamentalismo e dell’estremismo.
Si discute se sia opportuna una legge sull’uso del velo. Probabilmente no. Ma bisogna ricordare che in Italia esiste sin dagli anni Settanta una norma che impedisce di girare con il volto coperto. Invocare il diritto di farlo per ragioni religiose non è possibile. Si potrebbe con questo pretesto rapinare più agevolmente una banca o pretendere di introdursi senza farsi riconoscere in aeroporti o pubblici uffici. Non è ammissibile.
Ho visto con grande tristezza questa estate sul Corriere della Sera la fotografia di una famiglia egiziana ripresa mentre otteneva in un piccolo comune la cittadinanza italiana. La madre indossava il niqab, un velo islamico che copre tutto il volto. Ha fatto male quel sindaco a consegnare la carta d’identità a chi violava in maniera così palese la legge dello Stato e la dignità della donna. Non si vuol fare una legge? Ma non si tollerino le imposizioni alle donne.
Non bisogna alimentare scontri di civiltà? Certamente. Ma la responsabilità ricade in primo luogo su chi vuole sfidare la nostra civiltà, la nostra democrazia, la nostra libertà. Non possiamo assistere al rito quotidiano della Chiesa e addirittura del Santo Padre che devono scusarsi con l’Islam. Nessuno deve essere offeso, ma noi non possiamo essere umiliati e mortificati. La politica deve reagire. Anche noi siamo chiamati a difendere la nostra tradizione e la nostra religione. Sono sbagliate le leggi che la sinistra vorrebbe approvare per concedere con tempi troppi rapidi e senza le opportune garanzie la cittadinanza a chiunque arrivi in Italia. Sono sbagliate le azioni di sabotaggio alla legge Fini-Bossi sull’immigrazione, che alimentano lo sfruttamento, le tragedie, le tensioni. Sono sbagliate quelle sentenze che hanno mostrato arrendevolezza nei confronti del terrorismo. Non dobbiamo chinare il capo di fronte a chi vuole nascondere il volto delle donne e imporre intolleranza e fanatismo.
*Componente dell’esecutivo di An