«Non si usa la democrazia per demolirla»

Il presidente di El Salvador duro con il leader venezuelano: «Le onde neocomuniste in Sudamerica sono pericolose per tutti»

nostro inviato a

San Salvador

Elias Antonio Saca da due anni è il presidente della Repubblica di El Salvador: «Quando sono arrivato il prodotto interno lordo cresceva dell’1,8%, la popolazione aumentava del 2%, l’economia era disastrata. In 24 mesi siamo riusciti a raddoppiare la ricchezza prodotta, che nel 2006 è salita del 4,2%. Nel 2007 cresceremo sopra il 4,5%: mezzo punto percentuale è già molto, perché dobbiamo consolidare la crescita di questi anni». Saca rappresenta la destra, il partito dell’Arena. Ha 42 anni, una moglie ex reginetta di bellezza, e un passato di giornalista sportivo e telecronista; oggi possiede una rete di sei radio private che gli danno un accesso immediato all’opinione pubblica, ma qui nessuno avverte problemi di conflitto d’interessi. L’alleato di ferro sono gli Stati Uniti, primo partner commerciale e destinazione preferita dai 2,5 milioni di emigranti, che con le loro rimesse costituiscono la prima voce di entrate per il bilancio dello Stato. El Salvador è un Paese dollarizzato: la moneta corrente è il dollaro, e l’economia locale è totalmente agganciata a quella degli Stati Uniti. La guerra civile, terminata nel 1992, ormai è storia lontana.
Com’è stato possibile - gli chiediamo durante un incontro alla «Casa Bianca» di San Salvador - ottenere questi risultati economici?
«L’artefice è stata l’impresa privata: dall’export di prodotti non tradizionali al turismo. Abbiamo un parco tecnologico che attira imprese anche dall’Asia. Il Paese si è aperto al libero mercato, un modello che per noi non conosce alternative. Non abbiamo il petrolio: solo chi ce l’ha si può permettere di isolarsi, noi no». Il riferimento al Venezuela è sottinteso. «Agli investitori stranieri El Salvador offre manodopera qualificata, un complesso legislativo fatto di regole sicure, programmi e obiettivi economici chiari. In più, siamo a due ore d'aereo dalla più grande economia del mondo».
Qual è il modello al quale ispirate il vostro sviluppo?
«Salvador dev’essere una piattaforma logistica regionale al servizio dei grandi flussi di merci. Stiamo costruendo il nostro secondo porto sul Pacifico, a Union, con un investimento di 200 milioni di dollari: sarà attivo nel 2009. Il nostro Paese si affaccia sul Pacifico ma non ha sbocchi sull’Atlantico. La saturazione del Canale di Panama per i traffici tra i due oceani ci rimette in gioco; abbiamo allo studio due grandi iniziative che potranno costituire delle alternative a Panama: una è il “canale secco”, una via che porterà in cinque ore all’Atlantico attraverso l’Honduras; l’altra una ferrovia merci che collegherà il nostro porto di Acajutla con il principale porto del Guatemala. Sulla logistica internazionale El Salvador vuole assumersi un ruolo molto importante, da calibrare anche attraverso opportuni sgravi fiscali».
La prima voce del vostro Pil sono le rimesse degli emigranti, ma molti sostengono che gli aiuti dall'estero a un Paese povero non fanno che incentivare la pigrizia.
«Le rimesse costituiscono il 16% del Pil, e molte famiglie che le ricevono finiscono per non lavorare. Io sono di quelli che pensano che è meglio ricevere le rimesse e lavorare ugualmente».
Che cosa pensa dell'influenza del Venezuela di Chavez in America Latina?
«Abbiamo buone relazioni e spero che non s’interrompano perché il Venezuela voglia interferire nella nostra politica interna. Il socialismo è un esperimento fallito e ho l’impressione che le onde neocomuniste in Sud America siano molto pericolose. I leader non devono utilizzare gli strumenti democratici per raggiungere il potere, e poi smantellarli. Solo l’apertura al libero mercato può dare prosperità alle nazioni».