Non solo codici: così le formule creano mondi (di fantasia)

Dai romanzi alle poesie, dal catalogo di Netflix fino a "House of Cards": il loro potenziale artistico è enorme

Fra la teoria e la pratica, fra le «idee computazionali» e la realtà caotica del mondo, non c'è di mezzo il mare: c'è di mezzo un algoritmo. O meglio molti algoritmi, tutti quelli che dominano la nostra esistenza, come formule magiche del XXI secolo che ci aiutano a orientarci nelle scelte quotidiane, dall'amore alla strada più breve, dal noleggio di un'auto alla casa nuova. Gli algoritmi sono alla base dell'informatica, al centro dei lavori che i computer svolgono per noi; sono qualcosa di molto pragmatico, eppure allo stesso tempo sono vissuti (e utilizzati) come «elementi di magia tecnica quotidiana»: perché hanno le loro radici «non solo nella logica matematica ma nelle tradizioni filosofiche della cibernetica, della coscienza e della magia del linguaggio simbolico», scrive Ed Finn.

Finn è fondatore e direttore del Center for Science and the Imagination dell'Università dell'Arizona ed è l'autore di Che cosa vogliono gli algoritmi (Einaudi, pagg. 236, euro 20), un saggio che, come dice il sottotitolo, indaga (...)

(...) «L'immaginazione nell'era dei computer». Gli algoritmi, appunto, «sono ovunque»: spesso ignorati, sulla falsariga della loro apparente invisibilità, e altrettanto spesso sopravvalutati o adorati come dèi. Ma un algoritmo - scrive Finn - è un «metodo per risolvere un problema». Ora, quello che succede nel nostro mondo non è soltanto che «molte delle aziende più potenti oggi in attività sono essenzialmente degli involucri culturali attorno ad algoritmi sofisticati» - è il caso di Google, Amazon, Facebook, Uber - e non è nemmeno soltanto che gli algoritmi «già adesso dominano il mercato azionario, compongono musica, guidano autoveicoli, redigono articoli e scrivono lunghe dimostrazioni matematiche». Il fatto è che «le loro potenzialità creative stanno appena cominciando a prendere forma». Finn ci conduce attraverso queste «forme primordiali» dell'algoritmo al potere, mostrando i modi in cui esse rileggono, reinterpretano e riorganizzano la realtà per noi, trasformando l'«oceano caotico» in un'interfaccia linda, pulita, trasparente.

È il funzionamento dell'algoritmo a costituire la trama di Snow Crash, un romanzo di Neal Stephenson del 1992: i nam-shub, antichi incantesimi sumeri del dio Enki, disseppelliti da un miliardario folle, finiscono per programmare direttamente le menti umane. Come se fossero istruzioni operative per il cervello: cioè, appunto, algoritmi. Oggi la sfida culturale degli algoritmi è sul piano della conoscenza, su due piani: quello della conoscenza universale, sul modello illuministico; e quello della conoscenza intima, così personale da riuscire ad anticipare le intenzioni. A questo secondo obiettivo mirano progetti come Siri, l'assistente intelligente del nostro telefonino, la cui realizzazione estrema è Samantha, la protagonista del film Lei di Spike Jonze: nella pellicola del 2013, il protagonista Joaquin Phoenix s'innamora della sua assistente, una intelligenza artificiale che ha la voce di Scarlett Johansson. La conversazione e la relazione d'amore fra i due protagonisti non sono mai reali: il doppiaggio di Scarlett Johansson è avvenuto in fase di postproduzione e quindi, scrive Finn, «questa narrazione della più autentica e potente emozione umana è stata creata in sala di montaggio, un'ennesima esperienza algoritmica spontanea costruita ad arte». Samantha è l'incarnazione di un algoritmo che «ci conosce completamente»: ed è questo, secondo lo studioso, che vogliono gli algoritmi. Oltre che espandere la conoscenza universale, secondo l'ideale settecentesco dell'Enciclopedia di Diderot e d'Alembert, oggi interpretato al massimo da Google con il suo obiettivo dichiarato, il «computer di Star Trek». Motivo: «Ci puoi parlare: ti capisce e ci puoi avere una conversazione». L'Enciclopedia, come la funzione di ricerca Knowledge Graph di Google, è un metodo e un processo: secondo i progetti dell'azienda, gli algoritmi di Google «devono rispondere, conversare e anticipare»; e si capisce che «anticipare» sia la parte che richiede davvero immaginazione, oltre che intimità.

Non è tutto: noi viviamo «negli» algoritmi, ai quali affidiamo, sempre di più, la narrazione delle nostre vite, dagli aspetti più materiali (come il conteggio dei passi o delle calorie) a quelli più sentimentali (come una storia d'amore). L'estetica dell'astrazione ha il suo apice nel modello algoritmico elaborato da Netflix: uno schema di 76.897 generi di film e serie, alcuni dei quali addirittura vuoti (si tratta cioè di film e generi che «potrebbero esistere»), costruito grazie al lavoro di «etichettatori umani» che hanno vagliato in «quanti» (proprio come i quanti della fisica) tutte le opere del catalogo. Il risultato è un'offerta del tutto «su misura», con categorie, informazioni, serie e film evidenziati per il singolo utente. Insomma anche il menu è personalizzato. Il lavoro umano, però, è tenuto accuratamente nascosto: Netflix «presenta una facciata computazionale impeccabile», perché «le economie dell'astrazione dipendono da un'estetica di competenza, affidabilità e apertura». La stessa estetica asettica, quasi ascetica, che caratterizza House of Cards, la serie prodotta da Netflix affidandosi in gran parte a calcoli algoritmici (un dirigente spiegò che si trattava di un mix basato su un 70% di dati e un 30% di giudizio umano). Su calcoli algoritmici si sono basati la produzione, la concezione, il lancio e il rilascio della serie con protagonista Kevin Spacey, il macbethiano presidente Underwood: ma anche le emozioni, e i personaggi stessi, così come la capitale Washington e i meccanismi del potere, sono astratti; gli stessi titoli di testa, dice Finn, «sembrano invitarci in una serie non su personaggi umani ma sulla macchina culturale stessa».

Un esperimento artistico algoritmico estremo è anche quello realizzato da Nick Thurston, che ha esplorato le potenzialità letterarie e estetiche di Mechanical Turk, un servizio internet di Amazon che permette di gestire, tramite algoritmo, un insieme di lavoratori che svolgono incarichi detti «Hit», cioè «compiti di intelligenza umana», che i computer non sono (ancora) in grado di svolgere. L'ispirazione è il «Turco», il finto automa che incantò le corti europee nel 1770, battendo a scacchi tutti i suoi avversari. Un «Turco» vero è invece Deep Blue, l'intelligenza artificiale che nel 1997 sconfisse il campione di scacchi Kasparov in una partita storica. A questi turkers di oggi, l'artista Thurston ha ordinato un «Hit» diverso dal solito: comporre poesie. Ne è nata Of the Subcontract, una raccolta creata da pseudo-automi che cercano di esprimere la loro umanità attraverso l'interfaccia del Mechanical Turk e, insieme, il frutto di un lavoro a cottimo, svolto puntando all'efficienza. È il paradosso di una «letteratura artificiale artificiale», scrive Finn: «Of the Subcontract svolge una critica algoritmica di Mechanical Turk facendo affidamento sul sistema stesso per elaborare o eseguire tale critica»; e, sotto tanta artificialità, riescono anche a emergere dubbi, momenti di bellezza, riflessioni sull'identità. Quello che esemplifica, secondo Finn, è la condizione delle nostre vite, in cui «tutti noi (ab)usiamo di questi sistemi»: «Il lavoro ibrido tra macchine culturali umane e algoritmiche collegate inestricabilmente si verifica tutto intorno a noi, sempre». Più che negarlo, o sentirsi oppressi, è meglio ricavarsi un posto nel «divario computazionale»; e questo posto solo le «scienze umane sperimentali» possono aiutarci a costruirlo, e a renderlo ancora interessante.