Non solo football: lo sport è tornato a parlare americano

Tennis, basket e baseball: gli Usa hanno ripreso a primeggiare dopo anni di cocenti delusioni

Una volta era più facile mettere a fuoco le situazioni: americani primissimi nelle specialità veloci dell'atletica, nel basket e nel baseball, primi o quasi nell'hockey su ghiaccio, magari quando si distraevano i canadesi, i russi e gli scandinavi, ma non pervenuti nel calcio e in altri sport là poco diffusi, anche se ci si ricorda ancora di quell'1-0 all'Inghilterra ai Mondiali calcistici del 1950. Storia, quella degli inglesi nel calcio, copiata pari pari dai loro quasi-cugini in altre discipline: un dominio per decenni, poi un giorno si apre una breccia e vi si insinuano tutti, ribaltando i valori. Per dire: nel tennis la Coppa Davis era finita agli Usa 31 volte, dal 1900 al 1983, ma solo tre in seguito, l'ultima nel 1995, prima che un minimo di ordine naturale delle cose venisse rimesso a posto domenica scorsa a Portland. Il sollevamento dell'insalatiera, curiosamente in una delle città più salutiste d'America, è il secondo atto, a distanza di poche settimane, di una sorta di rivincita dello sport americano in terreni in cui si era passati dall'intoccabile all'indecoroso. A metà novembre, infatti, gli Usa, con una squadra di atleti non di élite, avevano vinto i Mondiali di baseball per la prima volta dal 1974, battendo in finale Cuba, reduce da nove trionfi di fila.
Ci voleva, per gli americani. Per un motivo molto semplice: pur nel grande rispetto della tradizione del «beisbol» caraibico, chi ha elevato a melodia il famoso «crack» della mazza sulla pallina ha diritto ad un primato morale, e la conquista dei Mondiali, dopo il fallimento della squadra di stelle al World Baseball Classic di 18 mesi fa organizzato proprio dalla Major League Baseball, è arrivata al momento giusto. Il dilemma, come per l'hockey su ghiaccio, dove ancora ci si culla tra le braccia del Miracolo di Lake Placid del 1980 (vittoria a sorpresa sull'Urss), è sempre stato anche temporale: partecipare alle Olimpiadi, finché il baseball ne fa parte (col 2008 si chiude), vuol dire mandare atleti di secondo piano, inferiori a quelli di altre nazioni al completo, o spedire le stelle, non sempre interessatissime, interrompendo il campionato MLB. Idem per l'hockey NHL, come è poi avvenuto nel 2006 per i Giochi di Torino. Ma si tratta di stop innaturali per tornei, specialmente quello di Major League, il cui ritmo naturale è intrecciato con il passare stesso delle stagioni.
Nel basket va un po' diversamente: basket&America erano una cosa sola, fino a pochi anni fa, e a lungo agli statunitensi era bastato inviare una selezione di giocatori universitari per sparecchiare la tavola. Poi nel 1988 ai Giochi di Seul è arrivata la prima mazzata (sconfitta in semifinale), e come rimedio immediato, con l'apertura dei Giochi ai professionisti, per Barcellona 1992 venne chiamata la cavalleria, alias Dream Team con Michael Jordan, Larry Bird, Magic Johnson e altre figurine dell'album dei migliori di sempre. Arma a doppio taglio: visto quello spettacolo, sempre più giocatori in giro per il mondo si sono messi a rincorrere i maestri e già nel 2000 a Sydney la Lituania era andata ad un tiro da tre - sbagliato - dall'infilzare in semifinale la nazionale formata da ottimi giocatori NBA. Poi, il disastro, che qui vuol dire mancata medaglia d'oro: Mondiali casalinghi del 2002 e in Giappone nel 2006, Olimpiadi di Atene del 2004. Ora però torna la cavalleria, rivisitata: al Preolimpico di settembre a Las Vegas la nazionale guidata da Kobe Bryant, LeBron James e Jason Kidd l'ha buttata quasi sullo scherzo nel vincere tutte le partite. A Pechino 2008 sarà dura, però: anche le altre nazionali, Cina, Spagna ed Argentina comprese, hanno giocatori NBA di alto livello, e ci sarà poco da scherzare.
Se va male, resta sempre la Davis 2008, e la consolazione che almeno nel football una selezione di college minori potrebbe mazzolare qualsiasi nazionale straniera. Per ora.